Montesquieu: “Se volessimo solo essere felici sarebbe facile”, il problema è che vogliamo essere più felici degli altri

Pensa all’ultima volta che ti sei sentito davvero bene. Magari stavi godendo una serata tranquilla, oppure avevi appena fatto qualcosa che ti aveva soddisfatto, o ancora, semplicemente le cose andavano abbastanza bene da permetterti di respirare. E poi hai guardato la vita di qualcun altro. Sui social, in una conversazione casuale, in una foto di un viaggio o di una casa o di qualcosa che qualcuno ha ottenuto. E quel benessere che sentivi si è fatto più piccolo, improvvisamente, senza che fosse cambiato niente di oggettivo nella tua vita. Perché era entrato il confronto: silenzioso, automatico, implacabile. Charles-Louis de Secondat, barone di Montesquieu, aveva già diagnosticato questo meccanismo secoli fa con una precisione che non ha perso niente della sua attualità.

essere felici

Non ci basta solo essere felici…

“Se volessimo solo essere felici, sarebbe facile. Ma vogliamo essere più felici degli altri, e questo è quasi sempre difficile, perché pensiamo sempre che gli altri siano più felici di quanto sono.”

La struttura è quella del paradosso smontato: la felicità in sé sarebbe raggiungibile. Il problema è la variabile aggiunta – il confronto – che la rende quasi impossibile.

La felicità senza confronto

“Se volessimo solo essere felici, sarebbe facile.” Basterebbe un lavoro paziente su se stessi. Perché la felicità come stato soggettivo e relativo – stare abbastanza bene, avere quello di cui si ha davvero bisogno, fare cose che abbiano senso per sé, essere in relazioni che nutrono – è una cosa concreta e praticabile. Molte tradizioni filosofiche, da Epicuro agli Stoici, da Seneca a Spinoza, hanno costruito percorsi molto precisi e molto concreti per arrivarci, senza aspettare condizioni eccezionali.

Ho testato questa frase nella mia vita molte volte, con risultati abbastanza inequivocabili. Ci sono stati periodi in cui, oggettivamente, avevo quello che mi serviva per stare bene: lavoro che aveva senso, figlio che cresceva bene, relazioni che funzionavano. E stavo bene, finché non guardavo in giro. Non perché gli altri avessero qualcosa di essenziale che mancava a me. Ma perché il confronto spostava in avanti il punto di riferimento, e quello che avevo smetteva di sembrare abbastanza. Per fortuna ho il dono di riconoscere il valore della felicità nella quotidianità, altrimenti mi sarei persa nella ricerca di qualcosa che neanche mi sarebbe servito nella realtà, con il risultato di essere infelice a vita.

Il problema del confronto

“Ma vogliamo essere più felici degli altri”, e questo è un obiettivo strutturalmente impossibile per una ragione matematica molto semplice: se tutti vogliono essere più felici degli altri, la maggior parte è destinata a non riuscirci. Non è possibile che tutti siano sopra la media.

Montesquieu non sta dicendo che il confronto sia sbagliato in senso morale o che si debba essere indifferenti agli altri. Sta dicendo qualcosa di più preciso e di più utile: che fare della felicità relativa agli altri il proprio obiettivo principale è un obiettivo mal posto, che produce infelicità per costruzione logica prima ancora che per debolezza personale.

L’illusione della felicità altrui

La chiusura della frase è la più precisa e la più utile di tutto il ragionamento: “pensiamo sempre che gli altri siano più felici di quanto sono.” Non è solo che vogliamo essere più felici degli altri, è che sopravvalutiamo sistematicamente e quasi inevitabilmente la felicità degli altri, perché non abbiamo accesso alla loro vita interna.

Vediamo le loro vite filtrate, curate, selezionate per essere mostrate nel modo migliore. Non vediamo i loro dubbi sul senso di quello che fanno, le loro notti insonni, le loro ansie quotidiane, le loro relazioni difficili. E misuriamo la nostra vita interna – con tutti i suoi rumori, le sue incertezze, le sue zone d’ombra – contro la loro vita esterna, lucida, composta, apparentemente risolta.

Charles-Louis de Secondat, barone di Montesquieu, è stato filosofo, giurista e scrittore francese, nato nel 1689 e morto nel 1755, autore de Lo spirito delle leggi e delle Lettere persiane, una delle figure più centrali e più influenti dell’Illuminismo europeo.

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