Stai cercando la felicità? Probabilmente sì, in modi diversi, con strumenti diversi, in direzioni a volte consapevoli e a volte inconsce. La stai cercando in un progetto futuro che ti darà soddisfazione, in un cambiamento da fare che migliorerà le cose, in qualcosa che arriverà quando le condizioni della vita saranno un po’ più favorevoli di adesso. Guillaume Apollinaire aveva su questo una proposta radicale nella sua semplicità disarmante, che suona quasi come un paradosso.

Prova ad essere semplicemente felice
“Di tanto in tanto è bene fare una pausa nella nostra ricerca della felicità ed essere semplicemente felici.”
La struttura della frase è paradossale: per essere felice, smetti di cercare la felicità. Non per sempre: “di tanto in tanto”. Ma quelle pause nella ricerca sono necessarie, dice Apollinaire, non come interruzione del percorso, ma come parte essenziale di esso.
La trappola della ricerca
Cercare la felicità – il processo della ricerca in sé – ha un effetto collaterale non intenzionale, ma molto sistematico: sposta costantemente l’attenzione verso quello che non si ha ancora, verso la versione futura della propria vita che sarà finalmente quella giusta.
La felicità cercata è sempre nel futuro: quando avrò quello che mi manca, quando sarò nella condizione che immagino, quando le cose andranno nel modo in cui dovrebbero andare secondo i miei piani. E il presente, per quanto contenga già molto di quello che si è cercato fino ad adesso, finisce per essere trattato come una semplice tappa intermedia verso qualcosa di migliore che deve ancora arrivare.
C’è un costo molto reale e molto concreto in questo meccanismo automatico. Il presente che si attraversa cercando e inseguendo la felicità futura non viene davvero abitato nella sua pienezza, ma viene attraversato come un corridoio, in attesa del momento in cui finalmente ci si potrà permettere di essere felici senza doversi ancora preoccupare di qualcosa. E quel momento tende a spostarsi sempre un po’ più avanti man mano che ci si avvicina.
Essere semplicemente felici
“Semplicemente” è la parola più pesante e più precisa di tutta la frase di Apollinaire. Non “profondamente felici”, non “completamente realizzati”, non “finalmente soddisfatti”: semplicemente felici. La felicità semplice non richiede condizioni straordinarie o circostanze eccezionali. Non richiede che tutto sia perfetto, risolto, finalmente al suo posto definitivo. Richiede solo una cosa: smettere, per un momento, di volere di più di quello che c’è adesso.
Quella capacità – di stare nella semplicità di quello che c’è senza proiettarsi immediatamente verso quello che manca – non è passività o rassegnazione. È una forma molto attiva di presenza che richiede, paradossalmente, più disciplina della ricerca stessa.
Non smettere di cercare
La frase di Apollinaire non è un invito ad abbandonare le aspirazioni, a rinunciare alla crescita, ad accontentarsi di quello che si ha senza desiderare niente di più. Non è quietismo né rassegnazione. Dice “di tanto in tanto”, non per sempre, non come regola generale di vita, ma come pratica periodica necessaria.
La ricerca ha valore profondo e va continuata. Ma ha bisogno di essere interrotta, periodicamente e intenzionalmente, da momenti in cui ci si permette di abitare il presente invece di puntare sempre e soltanto verso qualcosa che è ancora più avanti.
Guillaume Apollinaire è stato un poeta francese di origini polacche, nato nel 1880 e morto nel 1918, autore di Alcools e Calligrammes, teorico del Cubismo letterario, amico di Picasso e di Braque, una delle figure più originali, più visionarie e più influenti della poesia e dell’avanguardia artistica europea di inizio Novecento.
Leggi anche: Murakami: potresti non essere mai felice, perciò non ti resta che danzare così bene da lasciare tutti a bocca aperta