C’è qualcosa di insolito nel modo in cui Haruki Murakami parla di felicità, o meglio, nel modo preciso e coraggioso in cui non la promette, in cui non assicura che arriverà per chi si impegna abbastanza. Murakami non ha mai avuto molto interesse per le rassicurazioni facili o per i lieti fine garantiti. La sua scrittura è piena di persone che cercano qualcosa di indefinibile, spesso senza trovarlo nel modo che speravano.

Cosa possiamo fare mentre aspettiamo la felicità?
“Può darsi che non sarai mai felice. Perciò non ti resta che danzare, danzare così bene da lasciare tutti a bocca aperta.”
La prima parte è scomoda e necessaria: può darsi che non sarai mai felice. Non “sarai sicuramente felice se ci credi abbastanza”, non “la felicità è alla portata di chiunque la voglia davvero”. Può darsi che no. E da quella possibilità reale e non negata, Murakami non trae nichilismo; trae un imperativo pratico e bellissimo: danza.
“Può darsi che non sarai mai felice”
Murakami parte da una premessa onesta e rara nella cultura contemporanea, che tende a garantire la felicità come risultato di abbastanza impegno e abbastanza buona volontà. La felicità – quella piena, continua, duratura – non è garantita a nessuno da nessuna formula.
Ci sono vite in cui la gioia arriva a frammenti precisi e intensi, e i frammenti non si incollano mai in qualcosa di continuo e stabile. Ci sono persone costituzionalmente inclini alla malinconia, che la felicità la vedono passare vicino senza riuscire ad abitarla a lungo prima che se ne vada.
Ignorare questa possibilità – con l’ottimismo obbligatorio di chi dice “basta volerlo abbastanza” – non la elimina. La nega. E chi non riesce a essere felice nonostante tutti gli sforzi e tutta la buona volontà si trova a portare anche il peso di sentirsi in colpa per non riuscirci, come se stesse fallendo qualcosa che chiunque dovrebbe saper fare.
“Danza così bene da lasciare tutti a bocca aperta”
La danza di Murakami non è metafora della performance sportiva o artistica nel senso stretto; è metafora della presenza piena e totale in quello che si fa nella propria vita. Non dell’essere felice mentre lo si fa, quella non è una condizione richiesta. Di farlo bene, con tutto quello che si è adesso, anche quando quello che si è in questo momento non è leggero o gioioso o pieno di energia.
Lasciare tutti a bocca aperta non significa necessariamente essere ammirati e ricevere applausi, significa essere così completamente dentro quello che si fa che chi guarda o chi è vicino sente qualcosa di autentico. Quella qualità di presenza piena non richiede la felicità come prerequisito. Richiede impegno, autenticità, la capacità di portare tutto se stesso in quello che si fa.
La danza come risposta alla vita imperfetta
Murakami sta dicendo qualcosa di profondo e di necessario: la vita non deve essere felice per essere degna di essere vissuta bene e con intensità. Si può vivere bene una vita malinconica, una vita difficile, una vita segnata dalla perdita e dalla mancanza, se si mette in essa la qualità della presenza piena e del fare bene quello che si fa. Quella è la danza di cui parla. Quella è la risposta concreta alla possibilità di non essere mai felici.
Haruki Murakami è uno scrittore giapponese, autore di Norwegian Wood, Kafka sulla spiaggia, 1Q84, L’uomo dei boschi e di molti altri romanzi e racconti tradotti in cinquanta lingue, uno degli scrittori più letti al mondo negli ultimi trent’anni, una delle voci più originali e più capaci di toccare qualcosa di profondo nella letteratura contemporanea.
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