C’è una metafora che tutti conoscono: il bicchiere mezzo pieno e il bicchiere mezzo vuoto. Si usa spesso in modo quasi distratto, come etichetta rapida per descrivere l’ottimismo e il pessimismo, il modo in cui si tende a guardare la vita. Ma quella metafora di solito si ferma lì, alla descrizione di due tipi di personalità. Paolo Bonolis la prende e la porta molto più lontano, la sviluppa in cinque mosse fino a una conclusione finale che sorprende e che vale la pena arrivare a leggere.

La vita è uno stato mentale
“Chi guarda il bicchiere mezzo pieno e chi guarda il bicchiere mezzo vuoto. Dipende da noi, perché la vita è uno stato mentale.”
Il punto di partenza di Bonolis è radicale nella sua implicazione: non è la vita a essere bella o brutta in modo oggettivo e assoluto, è lo stato mentale con cui la si guarda a determinarne il colore. La stessa situazione concreta, la stessa quantità di acqua nel bicchiere, può essere vissuta come abbondanza meravigliosa o come mancanza frustrante. E quella scelta di angolatura – anche quando non sembra affatto una scelta, anche quando sembra la risposta automatica e inevitabile alla realtà – è nostra.
Guardare il mezzo vuoto è stancante
“Se noi abbiamo un bicchiere e guardiamo la parte mezza vuota, saremo eternamente infelici. Se guardiamo quella mezza piena, invece saremo contenti.”
Bonolis non sta dicendo che la realtà non esiste o che i problemi non ci siano. Sta dicendo che l’angolatura con cui si guarda determina l’esperienza emotiva di quella realtà. Ed essere sempre concentrati su quello che manca – sulla metà vuota – è non solo doloroso, ma anche semplicemente stancante.
Il bicchiere mezzo vuoto sembra quasi virtuoso, a volte; come se essere critici, insoddisfatti, sempre consapevoli di quello che non c’è fosse una forma di realismo superiore. Bonolis smonta questa idea: non è realismo, è solo fatica.
Ogni scelta è anche una rinuncia
“Nella vita si fanno delle scelte, e a ogni scelta corrisponde una rinuncia. E se io poi passo tutta la mia vita a guardare ciò a cui ho rinunciato invece che guardare ciò che sono riuscito a ottenere, faccio una vita terribile, perché è faticoso.”
Questa è la parte più concreta. Non si può avere tutto: ogni scelta chiude altre porte. La domanda non è se si è perso qualcosa scegliendo: si perde sempre qualcosa. La domanda è dove si mette l’attenzione: su quello che si è ottenuto o su quello a cui si è rinunciato.
Goditi il bicchiere mezzo pieno
“C’è sempre qualcosa a cui si deve rinunciare per avere qualcos’altro. Godetevi il bicchiere mezzo pieno, non guardate quello mezzo vuoto.”
L’imperativo è diretto. Non come ingiunzione morale: come invito pratico. Godersi quello che c’è non richiede di fingere che non ci sia niente che manca. Richiede di spostare il fuoco su quello che è presente, su quello che si è riusciti a costruire, su quello che il bicchiere contiene invece di quello che non contiene.
Se non riesci a riempirlo, rimpiccioliscilo
“Se per caso volete il bicchiere pieno pieno e non riuscite a riempirlo, il bicchiere siete voi: fatevi un bicchiere più piccolo, desiderate di meno.”
Questa è la chiusura più sorprendente e più utile di tutto il ragionamento. Se il problema è che il bicchiere non si riesce a riempire nonostante tutti gli sforzi, c’è una soluzione molto diversa dall’insistere a riempirlo: diventare un bicchiere più piccolo.
Ridurre i desideri: non per rassegnazione passiva o per rinuncia alla vita, ma per adattare le aspettative in modo realistico a quello che si riesce davvero a riempire. Un bicchiere piccolo pieno vale molto di più di un bicchiere grande sempre mezzo vuoto.