Alberto Pellai: se sei un adulto spaventato diventi per tuo figlio un genitore spaventante e avrà la tua stessa paura

Hai mai fatto caso a come tuo figlio guarda il tuo viso quando qualcosa di incerto accade? Un rumore strano, una situazione nuova, un momento di tensione… Prima di guardare la cosa, guarda te. Prima di capire se deve avere paura, capisce se tu ce l’hai. Quel meccanismo – silenzioso, automatico, continuo – è uno dei più importanti nella formazione emotiva di un bambino. Alberto Pellai ha descritto questo meccanismo con una precisione che lascia poco margine di equivoco e molta materia su cui riflettere.

genitore spaventante

Il genitore spaventato è spaventante

“Se tu, adulto, non ti senti sicuro, tu sei un adulto spaventato, che poi per tuo figlio diventi un adulto spaventante.”

La distinzione che Alberto Pellai fa è sottile, ma molto precisa. Un adulto spaventato non è pericoloso nell’accezione comune del termine. Non fa del male intenzionalmente, non è aggressivo, non è in nessun modo cattivo nei confronti del figlio. Non ha nessuna intenzione di trasmettergli la propria paura. È semplicemente qualcuno che porta dentro di sé una paura che i figli sentono con un’accuratezza sorprendente, leggono nel corpo del genitore prima ancora di capire cosa sia, assorbono nel modo in cui lui sta nelle situazioni difficili: come si muove, come respira, cosa cambia nel suo viso.

L’esempio dell’aereo

“Faccio un esempio: se tu devi salire su un aereo con tuo figlio e hai una paura folle di volare, tuo figlio avrà la tua stessa paura.”

L’esempio di Pellai è apparentemente banale nella sua chiarezza, ma dice qualcosa di molto profondo. Non serve negare al bambino che volare fa paura. Non serve dirglielo esplicitamente, anzi, dirlo non serve a niente. Basta la tensione nel corpo del genitore, le mani che stringono i braccioli, il respiro che cambia durante la turbolenza o all’atterraggio difficile. Il bambino legge tutto questo – spesso prima ancora che il genitore se ne renda conto – e costruisce la propria risposta emotiva a partire da quella del genitore.

I bambini non imparano solo da quello che diciamo, ma da quello che siamo. Ho vissuto questa cosa in modo molto concreto. Quando ero ansiosa – per il lavoro, per qualcosa di personale – mio figlio lo sentiva prima ancora che io aprissi bocca. Non lo rassicurava quello che dicevo. Lo rassicurava quando mi calmavo davvero.

Vi voglio raccontar, in particolare, una situazione che ho vissuto e che mi ha lasciata a bocca aperta; sono sicura farà questo effetto anche a voi.

Io vivo in una regione diversa da quella mia di origine. Quando mio figlio aveva due anni e mezzo, mia madre ebbe un problema di salute e fu ricoverata in ospedale. Ero in attesa di raggiungerla il giorno dopo, ed ero molto preoccupata e in ansia. Tuttavia, cercavo di non mostrare il mio stato d’animo a mio figlio. Mentre giocavamo, a un certo punto si bloccò e mi chiese? “Mamma, dove sei?”

Quella domanda a bruciapelo mi preoccupò, perché io ero davanti a lui e lui mi stava guardando. Sapete come siamo noi madri… ci preoccupiamo subito e spesso per niente… Lo guardai fisso negli occhi e gli risposi: “Sono qui! Non mi vedi??”, e lui: “Sì, sei qui… ma non sei qui…”. Ecco, questa frase, pronunciata da un bambino di appena due anni e mezzo, mi scioccò. Lui mi vedeva, mi ascoltava; io cercavo di essere presente, di giocare con lui e ridere, ma… ma lui SENTIVA. “Sentiva” che ero preoccupata. “Sentiva” che io ero presente con il corpo, ma non con i pensieri. Ecco: questo è il senso delle parole di Alberto Pellai, anche io l’ho sperimentato.

Il genitore come regolatore emotivo

Quello che Pellai descrive ha un nome preciso nella psicologia dello sviluppo: co-regolazione emotiva. I bambini piccoli non hanno ancora sviluppato gli strumenti interni per gestire le proprie emozioni in modo autonomo e indipendente. Si regolano attraverso il genitore, usando la sua calma come punto di riferimento esterno, usando la sua presenza stabile come ancora a cui agganciarsi. Quando il genitore è spaventato, quell’ancora si muove, e il bambino non ha più un riferimento stabile da cui partire per capire se la situazione è gestibile.

Questo non significa che i genitori debbano essere perfetti, sempre calmi, senza mai paure proprie. Significa che il lavoro su se stessi – sulla propria capacità di stare nelle situazioni difficili senza esserne completamente travolti – è anche, e in modo non separabile, un lavoro fatto per il figlio.

Cosa fare con questa consapevolezza

Non è una colpa: è un’informazione molto preziosa. Se riconosci in te delle paure che stai trasmettendo a tuo figlio attraverso il corpo, il respiro, la tensione, la domanda utile non è “come faccio a nascondergliele” ma “come lavoro su di esse in modo che non mi governino completamente”.

I bambini non hanno bisogno di genitori senza paura: quelli non esistono. Hanno bisogno di genitori che sappiano stare con la paura senza esserne paralizzati, che sappiano attraversarla mantenendo la presenza.

Alberto Pellai è medico, psicoterapeuta dell’età evolutiva, ricercatore all’Università degli Studi di Milano, autore di numerosi libri sull’infanzia e sull’adolescenza tradotti in molte lingue, una delle voci più ascoltate e più concrete in Italia sulla psicologia dei bambini e dei ragazzi.

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