“Curatevi di ciò che pensano gli altri e ne sarete prigionieri”: Lao Tsé aiuta a liberarci dal giudizio altrui

Quante decisioni hai preso pensando prima a come sarebbero apparse agli occhi degli altri piuttosto che a quello che desideravi davvero? E se ti dicessi che questa domanda silenziosa – cosa penseranno? – potrebbe essere la vera sbarra di una prigione che nessuno vede, ma che tutti, in un modo o nell’altro, portiamo con noi? Lao Tsé, un filosofo cinese vissuto duemilaseicento anni fa, aveva già individuato questo meccanismo con una lucidità che il tempo non ha per nulla scalfito.

liberarci dal giudizio altrui

Un circuito che non si chiude mai

C’è un’energia che spendiamo ogni giorno senza nemmeno accorgercene: quella dedicata a interrogarci su cosa penseranno gli altri di una nostra scelta, di una frase detta al momento sbagliato, di un comportamento che potrebbe essere giudicato in modi diversi da chi ci circonda. È un meccanismo che si autoalimenta continuamente, perché l’opinione altrui non è mai definitiva: cambia, si contraddice, sfugge a qualsiasi tentativo di previsione certa. Lao Tsé, filosofo cinese vissuto nel VI secolo a.C., aveva già colto perfettamente questo cortocircuito.

Una legge, non una possibilità

“Curatevi di ciò che pensano gli altri e sarete sempre loro prigionieri.”

Nota la costruzione della frase: non parla di un rischio possibile, di qualcosa che potrebbe accadere in certe circostanze sfortunate. Parla di una conseguenza diretta e inevitabile. Chi si preoccupa costantemente dell’opinione altrui diventa, automaticamente, prigioniero proprio di quell’opinione.

Una prigione senza muri visibili

L’immagine della prigione scelta da Lao Tsé è più efficace di quanto sembri a prima vista. Una prigione tradizionale ha confini riconoscibili: mura, sbarre, una porta da cercare per uscire. La prigione dell’opinione altrui non ha nessuna di queste caratteristiche. Non si vede, non si tocca, non ha un perimetro definito. Eppure limita in modo altrettanto concreto: condiziona ciò che diciamo, ciò che facciamo, come ci vestiamo, quale lavoro scegliamo, quali relazioni coltiviamo, quali sogni decidiamo di inseguire o abbandonare. Tutto filtrato attraverso quella domanda implicita che risuona di continuo: cosa penseranno di me?

Molte persone vivono anni interi dentro questa prigione senza riconoscerla come tale, anzi, spesso la scambiano per una virtù. Sembra prudenza, sembra maturità, sembra rispetto verso il contesto in cui si vive. In realtà, spesso, si tratta di un’esistenza vissuta in funzione di giudizi che nella maggior parte dei casi non arrivano mai nella forma temuta, o che, quando arrivano, riguardano molto più chi li formula che chi li subisce.

La libertà secondo il Taoismo: non combattere, ma allentare la presa

Per Lao Tsé, la libertà non si conquista lottando contro il mondo esterno o cercando di controllarlo con la forza. Si trova, al contrario, riducendo la propria dipendenza da esso, imparando a stare più leggeri di fronte a ciò che non è nelle nostre mani. Il Taoismo insegna che la vera forza risiede nella semplicità, nel lasciarsi scorrere insieme agli eventi invece di irrigidirsi contro di essi. Il giudizio altrui è forse uno degli attaccamenti più sottili e più costosi che esistano: privo di forma riconoscibile, eppure capace di governare silenziosamente ogni scelta quotidiana.

Il prezzo nascosto di questa dipendenza

Curarsi eccessivamente dell’opinione altrui costa molto più della semplice libertà perduta. Costa energia mentale: quella spesa a costruire versioni di sé calibrate su ciò che si immagina gli altri vogliano vedere. Costa autenticità: tutto ciò che si sacrifica pur di non deludere, non dispiacere, non attirare critiche. Costa tempo: quello impiegato a immaginare giudizi che spesso non esistono affatto nella forma temuta, o che, se esistono, dicono molto più su chi li pronuncia che su chi li riceve.

Il paradosso finale è tanto semplice quanto spiazzante: più si rincorre l’approvazione altrui, più si diventa dipendenti da essa, e più si allontana proprio la possibilità di ricevere un’approvazione genuina: quella che arriva soltanto quando ci si mostra davvero per quello che si è, e non attraverso una versione costruita apposta per piacere.

Qualche modo concreto per allentare questa dipendenza

  • Osserva quante decisioni prendi ogni giorno pensando prima alla reazione altrui. Anche solo notarlo, senza giudicarti, è già un primo passo per allentare l’automatismo.
  • Chiediti se il giudizio che temi si è mai verificato davvero, in passato, nella forma esatta in cui lo avevi immaginato. Spesso la risposta è no, o quasi mai.
  • Distingui tra rispetto per il contesto e paura del giudizio. Il primo è una qualità sociale sana; il secondo è la prigione di cui parla Lao Tzu.
  • Prova a fare, almeno una volta alla settimana, una piccola scelta pensata solo per te stesso. Non per sfida, ma per riabituarti a sentire cosa desideri davvero, senza il filtro dell’approvazione altrui.
  • Ricorda che il giudizio di chi giudica spesso racconta più di lui che di te. Le critiche più severe nascono spesso dalle insicurezze di chi le formula, non da una verità oggettiva su di te.

Lao Tsé è stato un filosofo cinese vissuto nel VI secolo a.C., considerato il fondatore del Taoismo e autore del Tao Te Ching, uno dei testi filosofici più letti e più influenti nella storia del pensiero umano.

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