Quanto pesa lo sguardo e il giudizio degli altri sulle nostre vite? Dialogo tra Lady Diana e Virginia Woolf

È una mattina di fine ottobre e Lady Diana cammina lungo il Tamigi con un passo tranquillo. Indossa un cappotto leggero e tiene le mani nelle tasche. Accanto a lei, con un libro sottobraccio e lo sguardo rivolto più all’acqua che alla città, cammina Virginia Woolf. Le due donne chiacchierano di una cosa che conoscono bene, seppure in modi molto diversi: quanto può condizionare una vita lo sguardo degli altri, e quanto è difficile continuare a essere se stessi quando ci si sente continuamente osservati, giudicati e raccontati. Parlano del bisogno di essere accettati, della paura di deludere e del momento in cui il desiderio di piacere agli altri rischia di diventare più forte di quello di ascoltare se stessi.

La scena, naturalmente, è immaginaria. Lady Diana e Virginia Woolf appartengono a epoche diverse e non possono incontrarsi in questo modo. Ma proprio per questo il dialogo può portarci fuori dal tempo e mettere l’una accanto all’altra due donne che, in modi molto diversi, conoscono il peso dello sguardo degli altri.

Quanto pesa lo sguardo e il giudizio degli altri sulle nostre vite

Lady Diana e Virginia Woolf dialogano sul coraggio di seguire se stessi

Diana è perennemente osservata, fotografata, giudicata, raccontata, trasformata in un’immagine pubblica che spesso sembra appartenere più agli altri che a lei. Virginia Woolf conosce un altro tipo di sguardo: quello della società, delle aspettative, dei ruoli, delle convenzioni. E dedica gran parte della sua opera a chiedersi come si fa a rimanere se stessi quando il mondo continua a dirti chi dovresti essere.

Diana si ferma vicino alla riva e respira quell’aria carica dell’estate che sta lasciando il passo all’autunno.
«È strano,» dice. «Quanta parte della nostra vita passiamo a preoccuparci di ciò che gli altri pensano di noi.»
Virginia si ferma accanto a lei.
«E ancora più strano è che spesso non sappiamo nemmeno esattamente cosa pensino. Ci limitiamo a immaginarlo.»
Diana risponde.
«Nel mio caso, spesso non è necessario immaginarlo. Ci sono giornali, fotografi, commenti. C’è sempre qualcuno pronto a dire chi sono, cosa faccio, cosa dovrei fare.»
Virginia abbassa lo sguardo verso l’acqua.
«E lei gli crede?»
«A volte.»
«Questo è il problema.»

Diana riprende a camminare.
«Quando tutti intorno a te hanno un’opinione su di te,» dice, «prima o poi inizi a chiederti se forse hanno ragione.»
«Ecco perché bisogna imparare a distinguere una cosa dall’altra,» risponde Virginia. «Il giudizio degli altri è un fatto. Ma non è necessariamente una verità
«Sembra facile detto così.»
«Non lo è affatto.»
Virginia le sorride con affetto.
«Per questo non credo molto nei consigli dati agli altri. Ho scritto:

“llunico consiglio che una persona può dare a un’altra sulla lettura è di non accettare consigli, di seguire il proprio istinto, di usare la propria testa, di arrivare alle proprie conclusioni.”

«Vale anche per la vita?»
«Soprattutto per la vita.»

Diana ci pensa un po’ su.
«Io direi: “Fai solo ciò che ti dice il cuore”
Virginia la guarda con curiosità.
«Solo il cuore?»
«Il cuore non significa impulsività. Significa ascoltare quella parte di te che sa quando qualcosa è vero e quando invece stai facendo una cosa solo perché è quello che gli altri si aspettano.»
Virginia annuisce.
«Allora non siamo così lontane.»
«No?»
«No. Lei parla di cuore. Io parlo di istinto e di testa. Ma entrambe stiamo dicendo una cosa simile: non consegnare agli altri il diritto di decidere chi devi essere

Diana guarda verso il ponte.
«Il problema è che a volte gli altri ti amano proprio per l’immagine che hanno di te. E se cambi, rischi di deluderli.»
«E allora?»
«Allora fa paura.»
Virginia si ferma.
«Ma quanto costa non cambiare?»
Diana non risponde subito.

Il Tamigi scorre lento accanto a loro. Una barca passa poco distante, lasciando una scia che si allarga sull’acqua.
«Molto,» dice infine.
«Più di quanto immaginiamo.»
Virginia riprende.
«Il giudizio degli altri diventa davvero pericoloso quando smette di essere qualcosa che ascoltiamo e diventa qualcosa a cui obbediamo
«E come si fa a non obbedire?»
«Cominciando dalle piccole cose.»
Diana sorride.
«Una risposta semplice per una domanda difficile.»
«Le domande difficili raramente hanno risposte complicate. Spesso hanno risposte che richiedono coraggio.»

Diana rimane pensierosa perché per lei il giudizio degli altri non è mai qualcosa di astratto. Conosce il peso di essere osservata mentre entra in un’auto, mentre esce da un ristorante, mentre parla con qualcuno, mentre sorride, mentre non sorride. Un gesto può diventare una fotografia. Una fotografia può diventare una storia. E una storia può diventare, agli occhi del mondo, la sua identità.

«Sa qual è la cosa peggiore?» dice.
«Quale?»
«Che alla fine puoi arrivare a controllarti da sola, prima ancora che lo facciano gli altri.»
Virginia annuisce.
«Questa è una delle forme più sottili del giudizio.»
«Ti chiedi: “cosa penseranno? Come apparirò? Cosa diranno?” E così, prima ancora che qualcuno ti giudichi, hai già cambiato il tuo comportamento.»
«Esattamente.»

Virginia si volta verso di lei.
«E a quel punto non sei più libera. Non perché qualcuno ti abbia imposto qualcosa, ma perché hai interiorizzato lo sguardo degli altri.»

Diana abbassa gli occhi.
«Mi è successo.»
«È successo a molti. Il problema non è smettere di preoccuparsi degli altri. Abbiamo bisogno di essere amati, compresi, riconosciuti. Il problema nasce quando il bisogno di essere approvati diventa più importante del bisogno di essere autentici

Diana rimane in silenzio.
Forse è proprio questo il punto: a forza di essere guardati, possiamo finire per guardarci con gli occhi degli altri.
«Allora dobbiamo ascoltarci,» dice.
«Con il cuore?»
«E con la testa.»
Diana sorride.
Virginia guarda di nuovo il fiume che, mano a mano, stava cambiando colore.
«Forse il problema non è quanto pesa il giudizio degli altri.»
Diana la guarda.
«E qual è il problema?»
«Quanto spazio gli lasciamo

La frase rimane tra loro. Non possiamo impedire agli altri di giudicarci. Possiamo però decidere quanto quel giudizio conta.
Diana guarda alcune persone dall’altra parte del fiume. Per un istante sembra irrigidirsi, poi sorride.

«Forse è questa la libertà,» dice. «Sapere che gli altri possono guardarci e giudicarci, e scegliere comunque la nostra strada
Virginia annuisce.
«Non possiamo controllare lo sguardo degli altri. Possiamo controllare soltanto il modo in cui guardiamo noi stessi.»

E forse è proprio lì che comincia la libertà: quando l’opinione degli altri smette di essere la misura della nostra identità.

Cosa ci lascia la lezione di Lady Diana e Virginia Woolf?

Il giudizio degli altri pesa davvero quando iniziamo a usarlo come misura del nostro valore. Viviamo circondati da sguardi, opinioni e aspettative. E a volte, senza accorgercene, finiamo per diventare la persona che gli altri vogliono vedere, dimenticando quella che siamo davvero. Ma non possiamo vivere per tutta la vita cercando di essere approvati.

Possiamo ascoltare un consiglio senza seguirlo. Accettare una critica senza trasformarla in una condanna. Desiderare di essere amati senza rinunciare a noi stessi perché arriva un momento in cui scegliamo tra ciò che gli altri si aspettano e ciò che sentiamo davvero, tra la persona che mostriamo e quella che siamo, tra il bisogno di essere approvati e il coraggio di essere autentici.

Ed è forse questa la libertà che ci ricordano Lady Diana e Virginia Woolf: non possiamo controllare lo sguardo degli altri, ma possiamo decidere di non permettere che quello sguardo definisca chi siamo.

Alla fine, vivere secondo se stessi significa proprio questo: avere il coraggio di restare fedeli a ciò che sentiamo, anche quando non tutti possono comprenderlo.

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