Nessuno ha chiesto il permesso di mettere al mondo un figlio. Al figlio, intendo. Non all’istituzione, non alla società, ma a lui, a lei, che arriverà in un mondo che non ha scelto, in una famiglia che non ha scelto, in condizioni – economiche, culturali, emotive di quella famiglia specifica – che non ha in nessun modo deciso. È completamente affidato e consegnato a chi lo ha voluto. Maria Rita Parsi traduce questa realtà scomoda in un’immagine molto precisa che non lascia spazio all’ambiguità.

Maria Rita Parsi e la metafora della nazione
“I genitori mettono al mondo i figli senza chiedere l’autorizzazione e dovrebbero capire che hanno una responsabilità grande quanto governare una nazione, anzi, detto tra noi, è più che governare una nazione.”
La metafora della nazione non è un’iperbole retorica usata per colpire: è un tentativo molto preciso di rendere visibile qualcosa che spesso rimane invisibile, sommerso dalla quotidianità e dall’abitudine. La genitorialità è così presente, così quotidiana, così ovunque in ogni momento della vita familiare che si smette spesso di vederne la portata reale e la responsabilità profonda.
Senza chiedere l’autorizzazione
La prima parte della frase è quella più scomoda e quella che più colpisce alla prima lettura. “Senza chiedere l’autorizzazione”: non al figlio, che non esisteva ancora e quindi non poteva essere consultato in nessun modo, ma neanche alla società nel suo complesso, neanche a chi poi contribuirà a formare quel figlio con le sue istituzioni, le sue scuole, i suoi modelli culturali.
La genitorialità ha qualcosa di profondamente unilaterale nella sua origine: si decide, si mette al mondo, si comincia. E da quel momento – da quel momento in poi, senza possibilità di recesso – la responsabilità è totale e non delegabile.
Quando ho letto questa frase per la prima volta mi ha fermata, in modo quasi fisico. Mio figlio oggi ha 14 anni, eppure questa formulazione di Maria Rita Parsi mi ha fatto vedere diversamente quello che faccio ogni giorno, spesso senza rendermene conto, pienamente nella sua portata reale. Non come peso insostenibile da portare con ansia, ma come consapevolezza nuova che cambia il modo in cui si è presenti nelle cose ordinarie.
Una responsabilità grande quanto governare una nazione
Come uno Stato si fonda su leggi, valori condivisi e obiettivi comuni, anche una famiglia costruisce il suo equilibrio e la sua identità attraverso ciò che trasmette ogni giorno, consapevolmente e non. Ma la differenza fondamentale – quella che rende la genitorialità ancora più grande e più delicata del governare – è che lo Stato governa adulti già formati, persone che hanno già una struttura psicologica consolidata. Il genitore forma la persona mentre ancora si sta formando, in un momento in cui ogni gesto, ogni parola, ogni presenza e ogni assenza lascia un segno che potrebbe restare per decenni, a volte per tutta la vita.
La famiglia come prima nazione
Maria Rita Parsi usa questa metafora per dire qualcosa di fondamentale che spesso non si vuole vedere nella sua piena portata: il futuro della società non si costruisce nei palazzi del potere o nelle aule parlamentari, non si decide nelle stanze dei bottoni. Si costruisce nelle case, nelle cucine, nei momenti ordinari e quasi invisibili tra genitori e figli, quelli che non sembrano importanti nell’immediato.
Le persone che domani costruiranno o distruggeranno il mondo stanno crescendo adesso, nelle famiglie di adesso, portando con sé quello che in quelle famiglie stanno imparando, consapevolmente o meno, intenzionalmente o no.
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