C’è una domanda che arriva quasi sempre nei momenti di svolta improvvisa, di dolore inaspettato, di cambiamento non cercato: perché proprio a me? Perché proprio adesso? Come se il dolore o la fortuna fossero distribuiti in modo puramente arbitrario, come se la propria storia fosse una serie di eventi scollegati tra loro senza nessun filo. Roberto Vecchioni ha su questo una risposta che è insieme poetica e molto precisa nel suo ragionamento.

Il fiume sotterraneo
“Il destino è un fiume sotterraneo che scorre parallelo alla vita: ogni tanto emerge e allora ci sommerge e ci chiediamo ‘ma perché proprio a me?’: oh, sì, solo a te, perché quel fiume è il tuo, e c’era anche quando non lo vedevi.”
La struttura della frase è quella della rivelazione progressiva e molto ben costruita: prima l’immagine del fiume sotterraneo che scorre parallelo, poi il momento dell’emersione improvvisa e lo smarrimento che produce, poi la risposta che ribalta completamente il modo di guardare a quello che è successo.
Parallelo, non casuale
“Scorre parallelo alla vita”: sempre accanto alla vita che si sta vivendo, sempre presente anche quando non è visibile in superficie, che segue lo stesso corso. Il destino, nella visione di Vecchioni, non è qualcosa che arriva dall’esterno a interrompere bruscamente la vita: è qualcosa che accompagna la vita fin dall’inizio, che scorre nella stessa direzione, che segue lo stesso percorso della persona anche quando quella persona è convinta di controllare tutto e di non avere nessun fiume accanto.
Penso alle cose della mia vita che hanno avuto senso solo dopo, guardandole con la distanza del tempo. Incontri, scelte, periodi difficili che sembravano capitati per caso e che invece, guardandoli da dopo, sembravano in qualche modo necessari, come se ci fossero stati per una ragione che sul momento non si riusciva a vedere. Come se ci fosse un filo che non si vedeva mentre lo si percorreva. Vecchioni lo chiama fiume sotterraneo. È l’immagine più giusta che conosca.
Perché proprio a me
“Ci chiediamo ‘ma perché proprio a me?'”: la domanda universale davanti al dolore, alla perdita, all’imprevisto. Vecchioni non la banalizza con una risposta consolatoria. La risponde in modo diverso: “oh, sì, solo a te.”
Non come punizione divina, non come ingiustizia, ma come specificità assoluta. Quella cosa è arrivata a te perché quel fiume è tuo. Non è capitato per errore, non è arrivato al posto sbagliato. Appartiene alla tua storia particolare e unica, anche se in quel momento non lo puoi ancora vedere.
C’era anche quando non lo vedevi
La chiusura è la più importante di tutta la frase di Vecchioni: “c’era anche quando non lo vedevi.” Il fiume non è emerso dal nulla nel momento della crisi o della svolta, era già lì, sotto, da sempre. Silenzioso, parallelo, invisibile, ma presente. Era già lì quando tutto andava bene, quando si pensava di controllare la propria traiettoria, quando il futuro sembrava prevedibile.
Questa frase non toglie il dolore del momento in cui il fiume emerge improvvisamente e travolge tutto, non lo minimizza, non lo riduce. Ma cambia profondamente il rapporto con quello che è successo: non un accidente casuale capitato per errore, ma parte di una storia che ha una continuità e un filo, anche quando quel filo non era visibile.
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