Raffaele Morelli: se smetti di pensare al passato svanisce come onda del mare, le cose sono reali perché le tieni vive

Stai rimuginando su qualcosa che ti è successo? Un torto ricevuto che ti sembra di non riuscire a lasciare andare, un errore fatto di cui ti senti ancora responsabile, una situazione che non si è risolta come speravi e che continui a ripercorrere mentalmente. Ci torni sopra, la ripensi da angolature diverse, la rianalizzi cercando dettagli che forse ti sfuggono, cerchi di capirla meglio nella speranza che capirla ti permetta finalmente di liberartene. Quella logica – capire per liberarsi – sembra solida. Raffaele Morelli dice qualcosa che va nella direzione esattamente opposta a quella logica.

pensare al passato

Smetti di ragionare

“Smettila di ragionare sui problemi e di volere spiegare le cose, perché li cronicizzi. Il pensiero non è fatto per indagare le cose della psiche.”

La prima frase di Morelli è quasi controintuitiva per chi è abituato a pensare che capire sia il modo di guarire: il ragionamento analitico, applicato ai problemi psicologici e al dolore emotivo, non li risolve: li cristallizza. Li rende più solidi, più definiti, più presenti. Ogni volta che si rianalizza un trauma, un dolore, una situazione irrisolta, si dà a essi nuova energia e nuova vitalità. Si tiene viva una cosa che, senza quell’attenzione continuata, potrebbe cominciare a perdere forza e definizione da sola.

Il pensiero, dice Morelli, non è lo strumento giusto per la psiche; non per questo tipo di lavoro. Non perché il pensiero non serva in assoluto e per tutto, ma perché il pensiero analitico e narrativo, applicato al dolore emotivo, tende a costruire storie sempre più elaborate e sempre più dettagliate intorno a quello che fa male, invece di permettere che defluisca naturalmente.

La prima volta che ho letto questa frase ho resistito in modo molto netto. Mi sembrava un invito a non capire, a non elaborare, a non fare il lavoro di comprensione che sembrava necessario. Poi ho capito la distinzione che Morelli sta facendo: non si tratta di non pensare mai, di smettere di comprendere, di rinunciare alla comprensione. Si tratta di smettere di usare il pensiero come strumento principale di risoluzione di qualcosa che il pensiero, da solo, non può risolvere.

Smetti di pensare al passato

“Smetti di pensare al passato, smetti di pensare ai traumi, perché qualsiasi cosa ci è accaduta è accaduta e soprattutto è reale perché continui a tenerla in vita coi pensieri, altrimenti svanirebbe come l’onda del mare, che se ne va.”

Questa è la parte più radicale. Non “elabora il passato”: “smetti di pensarci”. L’idea di base è che il passato non esiste indipendentemente dall’attenzione che gli si dà. Non è un oggetto fisico che rimane lì anche se si smette di guardarlo. È qualcosa che si mantiene vivo attraverso il pensiero, e che quindi si può lasciare svanire smettendo di alimentarlo.

Sei seduto sul tuo mare

“Un’onda non è uguale all’altra, l’evento è il mare. Sei seduto sul tuo mare.”

Questa è l’immagine più bella, più densa e più sorprendente di tutto il ragionamento di Morelli. L’onda – il singolo evento traumatico, il torto specifico ricevuto, la situazione concreta irrisolta – non è il problema fondamentale. Le onde cambiano, nessuna è uguale all’altra. Il problema è il mare: la struttura emotiva e psicologica profonda su cui quell’onda si è formata e da cui continua a emergere. E tu ci sei seduto sopra, sul tuo mare.

Quella prossimità al mare è la tua condizione di base, non il problema che bisogna risolvere. Il problema – quello che alimenta la sofferenza – è l’onda specifica a cui si continua a dare tutta l’attenzione, invece di lasciare che si dissolva come ogni altra onda fa da sola.

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