Quante volte hai pensato di essere “fatto così”, come se l’identità fosse qualcosa di fisso, di già deciso, di assolutamente immutabile nel tempo? Come se la persona che sei adesso fosse la versione finale e definitiva di te, quella che rimarrà tale per sempre indipendentemente da quello che accade? Ovidio aveva su questo una risposta molto precisa e molto liberatoria, contenuta in una frase sola che vale tutta una filosofia.

L’identità non è qualcosa di fisso
“E non saremo domani quelli che fummo, né quelli che siamo.”
La struttura è quella della doppia negazione applicata a due momenti del tempo. Non quelli che fummo: quindi il passato non ci definisce in modo permanente e irrevocabile, non siamo condannati a restare quello che siamo stati. Non quelli che siamo: quindi neppure il presente è la nostra forma definitiva e conclusa, c’è ancora spazio per il cambiamento. Rimane aperto il futuro, che sarà qualcosa di ancora diverso da entrambi i momenti passati, qualcosa che non si riesce ancora a immaginare del tutto.
Le Metamorfosi come filosofia
Non è un caso che questa frase venga dall’autore delle Metamorfosi, l’opera monumentale in cui Ovidio racconta centinaia di trasformazioni mitologiche, di esseri che diventano completamente altro da quello che erano: uomini che diventano alberi, dèi che diventano animali, eroi che diventano stelle, tutto ciò che esiste in continuo divenire.
La metamorfosi non era per lui solo un tema letterario o mitologico da sfruttare narrativamente: era una visione profonda e coerente del mondo. La realtà è trasformazione continua, e gli esseri umani non fanno eccezione a questa legge universale.
Penso a quante versioni di me stessa sono esistite nel tempo. Quella che ero a vent’anni, a trenta, e quella che sono oggi, non sono la stessa persona in modo meccanico, non cambio solo superficie lasciando invariato il nucleo. Si tratta di essere state persone genuinamente diverse, con priorità diverse, con visioni diverse, con paure diverse, con desideri diversi. Quello che sembrava impossibile rinunciare a trent’anni adesso sembra irrilevante. Quello che adesso sembra essenziale non esisteva nel campo del possibile a venti. Ovidio dice: questa non è incoerenza da giustificare, non è fragilità, non è mancanza di carattere. È la forma normale e sana dell’esistenza umana.
Non quelli che fummo
“Non quelli che fummo”: liberazione dal passato inteso come prigione permanente. Quello che si è stati non è una condanna che ci accompagna per sempre. Le scelte di ieri non definiscono in modo irrevocabile chi si è oggi. I fallimenti, gli errori, le versioni di sé di cui si va meno fieri, le fasi che si vorrebbe non aver attraversato, appartiene a chi si era, non necessariamente a chi si è o si sarà.
Questa è una delle idee più liberatorie che esistano nella filosofia antica e moderna. Il passato non è il nostro destino biologico e non è una gabbia da cui non si esce. Eppure spesso ci comportiamo come se lo fosse, e non riusciamo a vederci al di là di quello che siamo stati, come se la nostra storia fosse la nostra condanna.
Non quelli che siamo
“Né quelli che siamo”: liberazione anche dal presente come forma definitiva e conclusa. Chi si è oggi non è la versione ultima di se stessi. C’è ancora cambiamento possibile, ancora trasformazione in corso, ancora versioni di sé che non si sono ancora incontrate e che potrebbero sorprendere.
Leggi anche: “Finché sarai felice conterai molti amici, ma se i tempi si fanno più grigi, sarai solo”: una frase di Ovidio