Maria Rita Parsi: attenzione alle parole che usate con i figli, possono costruire o distruggere la loro autostima

Quante parole hai pronunciato oggi senza pensarci nemmeno un secondo, magari mentre eri distratto da mille altre cose? E se ti dicessi che proprio quelle frasi buttate lì, quasi per caso, potrebbero restare incise nella testa di tuo figlio molto più a lungo di quanto immagini, anche per tutta la vita? Maria Rita Parsi ha messo in luce un meccanismo che vale la pena guardare da vicino, perché riguarda uno strumento che tutti usiamo ogni giorno senza rendersi conto della sua reale portata.

attenzione alle parole che usate con i figli

Uno strumento invisibile, ma capace di lasciare tracce durature

Ci sono cose che maneggiamo con estrema cura perché ne conosciamo il potenziale pericoloso, e altre che usiamo con leggerezza assoluta, convinti che siano innocue. Le parole appartengono quasi sempre a questa seconda categoria, ed è proprio qui il problema: non pesano, non si vedono, non lasciano segni visibili sulla pelle. Eppure, secondo Maria Rita Parsi, sono tra gli strumenti più potenti che un genitore ha a disposizione, capaci di incidere in profondità e per decenni:

“La parola che i genitori usano con i figli ha il potere di costruire o distruggere l’autostima.”

Il paradosso è tutto qui: qualcosa di apparentemente banale, ripetuto centinaia di volte al giorno senza troppa riflessione, finisce per plasmare il modo in cui un bambino imparerà a guardarsi allo specchio, metaforicamente e non solo.

Le frasi che diventano fondamenta

Ci sono parole che funzionano come mattoni solidi su cui costruire qualcosa di stabile: “sei capace”, “ce la fai”, “sono fiero di te”, “ti vedo”, “mi interessa quello che pensi”. Non servono discorsi elaborati o momenti solenni: dette con sincerità, ripetute nel tempo con costanza, anche nei momenti più banali della giornata, costruiscono nei figli una convinzione profonda: quella di avere valore, di meritare attenzione, di poter sbagliare senza perdere per questo l’affetto di chi li circonda.

Pensa alle giornate più ordinarie che hai vissuto con un figlio, un nipote, un ragazzo che ti sta a cuore: non i grandi discorsi motivazionali, ma i piccoli commenti lanciati mentre si apparecchia la tavola o si torna a casa in macchina. Sono proprio quelli, quasi sempre, a costruire – o a intaccare – qualcosa ogni singolo giorno, senza che ce ne accorgiamo.

Le crepe che si aprono con altrettanta facilità

Dall’altra parte, esistono frasi che funzionano come crepe in una parete: “non sei capace”, “sei sempre il solito”, “non ci sperare”, “sei una delusione”. Anche pronunciate una volta sola, nel momento sbagliato, da una persona che conta davvero, possono restare per anni come una voce interiore che continua a parlare anche quando chi l’ha detta non c’è più.

Ma il problema non riguarda solo la critica diretta e volontaria. Riguarda anche il sarcasmo mascherato da scherzo, che ferisce comunque. Riguarda le risposte distratte, che comunicano implicitamente che ciò che il figlio sta raccontando non merita davvero attenzione. Riguarda i confronti continui con fratelli, cugini, compagni di classe. Riguarda quel “potevi fare di meglio” pronunciato proprio nel momento in cui si aspettava, invece, un semplice riconoscimento per l’impegno messo.

Prestare attenzione non vuol dire diventare infallibili

Maria Rita Parsi non chiede di soppesare ogni singola parola con un bilancino prima di pronunciarla, né di eliminare stanchezza, impazienza, imperfezione dalla propria vita di genitore: sarebbe un’aspettativa impossibile. Chiede qualcosa di molto più praticabile: portare consapevolezza su uno strumento potentissimo che si maneggia ogni giorno senza pensarci. La consapevolezza non produce perfezione, produce presenza. Ed è proprio quella presenza, nel lungo periodo, a fare una differenza concreta e misurabile nella vita adulta di un figlio.

Uno specchio che restituisce un’immagine, giorno dopo giorno

I figli imparano a percepirsi non in astratto, ma attraverso le parole concrete che ascoltano ogni giorno da chi li cresce. In questo senso, il linguaggio dei genitori funziona come uno specchio potentissimo: se restituisce l’immagine di qualcuno capace, meritevole di amore e di fiducia, il bambino costruirà proprio su questa base la propria identità. Se restituisce qualcosa di diverso, quella base sarà più fragile, più incerta, più esposta alle difficoltà che la vita, prima o poi, presenta a tutti.

Come usare le parole con più consapevolezza

  • Ferma il pensiero prima della frase automatica. Se senti arrivare un “sei sempre il solito” o un confronto con qualcun altro, prova a chiederti: questa frase costruisce o rischia di lasciare una crepa?
  • Sostituisci il giudizio sulla persona con un’osservazione sul comportamento. “Hai fatto un errore” pesa molto meno di “sei un disastro”: il primo lascia spazio al cambiamento, il secondo diventa un’etichetta.
  • Nota il tono, non solo le parole. Anche una frase gentile detta con sarcasmo o fastidio nella voce arriva come critica, non come sostegno.
  • Non aspettare i risultati per riconoscere l’impegno. Un “ho visto quanto ci hai messo” vale spesso più di un complimento legato solo all’esito finale.
  • Ripara, quando serve, invece di ignorare. Se ti rendi conto di aver detto qualcosa di ingiusto, tornarci sopra con un “prima ho sbagliato a dirtelo così”: ha un valore educativo enorme, forse maggiore della frase originale mai detta.

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