C’era una volta un saggio di nome Socrate che, molti secoli fa, pronunciò parole capaci di attraversare il tempo e arrivare fino a noi. Parlava della vecchiaia, ma forse, senza saperlo, parlava soprattutto delle nostre paure. Perché cosa ci spaventa davvero quando pensiamo al tempo che passa? Le rughe, la perdita della giovinezza, ciò che non potremo più fare? O il timore di arrivare alla fine e scoprire di non aver imparato a vivere? Io, davanti alle sue parole, mi sono posta questa domanda. E la risposta mi ha sorpreso.

La verità dietro la vecchiaia che non volevo vedere
Per molto tempo ho avuto paura della vecchiaia. Non una paura che confessavo facilmente, perché mi sembrava quasi vergognoso ammettere di temere qualcosa che, prima o poi, appartiene a tutti. Ho guardato il tempo come si guarda un ladro: con il sospetto che, mentre io ero distratta, sarebbe arrivato a portarmi via qualcosa. La giovinezza, la forza, le persone che amo, le occasioni, persino la possibilità di sentirmi ancora padrona della mia vita. Poi ho letto queste parole di Socrate:
“La vecchiaia possiede davvero una grande pace e libertà: quando le passioni allentano la loro presa, chi ha un animo sereno e felice sentirà a malapena il peso dell’età; ma per chi è di indole opposta, giovinezza e vecchiaia sono ugualmente un peso.”
Allora mi sono sentita, in qualche modo, allo scoperto, come se Socrate avesse guardato dentro di me e avesse capito che il problema era il modo in cui io guardavo alla vita.
Il più delle volte abbiamo paura di invecchiare perché temiamo di perdere ciò che crediamo ci renda felici e allora ci aggrappiamo – quasi disperatamente – alla bellezza, al successo, all’amore degli altri, ai progetti, alla sensazione di avere ancora tutto davanti. Eppure il tempo, prima o poi, ci insegna che nulla può essere trattenuto per sempre. La vita non si lascia conservare e cambia, continuamente, scorre come un fiume.
Cosa restituisce la vecchiaia?
Alcune passioni ci fanno sentire vivi: per esempio suonare la chitarra o girare con la macchina fotografica al collo. Altre, invece, senza accorgercene, diventano catene. Penso a tutte le volte in cui ho desiderato qualcosa con una forza così grande da convincermi che, senza ottenerla, non sarei mai stata felice. Oggi, leggendo Socrate, mi domando quanta parte della mia inquietudine sia nata proprio da questo continuo bisogno di afferrare la vita. Il vecchio saggio parla delle passioni come di qualcosa che, con il passare degli anni, “allenta la propria presa”.
Se leggi queste parole velocemente potrebbero sembrarti tristi, ma se, come me, ti soffermi qualche secondo in più comincerai a trovarle bellissime. Ti fanno capire che smettiamo di essere prigionieri perché impariamo ad amare senza il bisogno di possedere.
Questa libertà, forse, è una delle cose più preziose che possiamo conquistare. Penso alle persone anziane che ho incontrato nella mia vita e che avevano negli occhi qualcosa che da giovane non riuscivo a comprendere: una calma quasi impossibile da spiegare. Alcune avevano perso tanto, conosciuto il dolore, la malattia, la solitudine, la morte di persone amate. Nonostante tutto riuscivano ancora a sorridere davanti alle cose semplici: una chiacchierata con un amico incontrato al mercato della frutta o un caffè bevuto insieme ai figli. Forse avevano imparato ciò che io sto ancora imparando: che la felicità a volte arriva in punta di piedi, quando finalmente smettiamo di chiederle di essere straordinaria. Proprio queste piccole cose insegnano che la vecchiaia non ci toglie proprio nulla, anzi, diventa quel momento della vita che ci restituisce ciò che stavano perdendo correndo: la gratitudine, la capacità di meravigliarci.
L’ultima stagione del viaggio
Socrate dice che per una persona serena e felice la vecchiaia pesa poco, mentre per chi ha un’indole inquieta anche la giovinezza può diventare un peso. Oggi ho imparato che non sono gli anni a decidere quanto pesa la nostra vita, bensì è ciò che portiamo dentro: posso avere vent’anni (magari) e sentirmi vecchia se vivo continuamente nel rimpianto, nell’ansia, nella paura; posso averne ottanta e sentirmi ancora profondamente viva se riesco ad accogliere ciò che ogni giorno mi offre.
Questa consapevolezza, lo confesso, mi emoziona perché cambia completamente il mio rapporto con il tempo. Beh, caro lettore, non voglio più aspettare di essere vecchia per imparare a vivere in pace: voglio cominciare adesso.
Quando arriverà il giorno in cui il mio corpo sarà più fragile, quando correrò meno e avrò bisogno di più tempo per fare le cose semplici, spero di non guardare indietro con rabbia. Spero di poter guardare il tempo negli occhi e dirgli che nonostante tutto non ce l’ho con lui perché mi avrà tolto qualcosa, sì, ma mi avrà anche insegnato il valore di ciò che avevo.
Ogni tanto fa bene rispolverare le parole dei saggi. Socrate, alla fine, ci dà un consiglio prezioso: accettare, ringraziare la vita e arrivare, un giorno, alla vecchiaia come davanti all’ultima, preziosa stagione di un viaggio. Vorrei arrivarci così: con qualche cicatrice, molti ricordi e il cuore ancora capace di commuoversi.
Come ho iniziato a mettere in pratica questa lezione, giorno per giorno
Da quando ho fatto pace con queste parole di Socrate, ho provato a tradurle in piccoli gesti concreti, non solo in buoni propositi destinati a restare sulla carta:
- Ho iniziato a chiedermi, davanti a ogni desiderio urgente, se fosse un bisogno vero o solo l’ennesimo tentativo di trattenere qualcosa che il tempo, comunque, mi porterà via. Non sempre trovo una risposta chiara, ma il solo fatto di fermarmi a chiedermelo cambia qualcosa.
- Ho ricominciato a fare le cose semplici senza aspettare un’occasione speciale per farle. Il caffè con calma, la telefonata a un amico senza un motivo preciso, la passeggiata senza una meta: le ho lasciate entrare nella settimana, non solo nella domenica.
- Ho smesso di rimandare la gratitudine a “quando avrò tempo”. Provo a dirla oggi, alle persone che ho vicino, invece di custodirla per un momento che rischia di non arrivare mai.
- Ho osservato, senza giudicarmi, i momenti in cui mi accorgo di vivere ancora nell’ansia del possesso. Non sparisce da un giorno all’altro, ma riconoscerla è già un primo passo per allentarne la presa.
- Ho iniziato a guardare le persone anziane che ho intorno con una domanda diversa in testa. Non più “cosa hanno perso”, ma “cosa hanno imparato a lasciare andare, e che io non ho ancora imparato”.
Non so se questi piccoli gesti mi renderanno davvero più serena quando arriverà la vecchiaia. Ma so che, oggi, mi aiutano a vivere il presente con meno paura di perderlo.
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