Non la senti arrivare. Non c’è un momento preciso in cui cambia tutto: c’è una mattina in cui guardi allo specchio e qualcosa è diverso. I capelli. Le mani. Una rigidità mattutina che prima non c’era. Certi movimenti che richiedono un secondo in più di prima. Come quella mattina dopo la prima nevicata dell’anno: ti addormenti e fuori c’è il mondo di sempre, con i suoi colori e le sue forme consuete, e ti svegli e tutto è bianco. Jules Renard aveva trovato per questo l’immagine più precisa, più silenziosa e più gentile che esista.

La vecchiaia arriva all’improvviso
“La vecchiaia arriva improvvisamente, come la neve. Un mattino, al risveglio, ci si accorge che è tutto bianco.”
Non c’è malinconia forzata in questa frase, e non c’è negazione di quello che la vecchiaia è nella concretezza della vita. C’è la semplicità molto precisa di un’osservazione esatta e quasi fotografica.
La neve non chiede il permesso, non manda avvisi, non arriva gradualmente così che tu possa prepararti con cognizione di causa. Arriva mentre dormi – nella notte, in silenzio, senza che tu possa fare niente per accelerarla o per ritardarla – e al risveglio è già tutta lì, dappertutto.
Il paradosso del non accorgersene
La vecchiaia, come la neve, non si percepisce mentre accade in modo consapevole. Si percepisce solo quando è già avvenuta: quando si guarda indietro e ci si accorge che la trasformazione è già completata.
Non c’è un giorno preciso in cui si passa dall’essere giovani all’essere vecchi nel senso in cui si passa da una stanza all’altra: c’è una serie di mattine in cui si continua a essere quello che si era, e poi una mattina in cui qualcosa ha smesso di esserlo senza avvisare, senza cerimonie, senza nessun passaggio formale.
La neve come metafora perfetta
Perché proprio la neve, tra tutte le immagini possibili che esistono per descrivere l’invecchiamento? Perché la neve ha una qualità specifica che altre metafore non hanno: è silenziosa. Non arriva con il vento e il temporale che si può vedere arrivare da lontano: arriva nella notte, in silenzio, mentre si dorme, senza annunciarsi. E quando si apre la finestra al mattino, non c’è gradualità visibile: è tutto bianco, e non c’è modo di sapere esattamente quando è cominciato.
L’altra qualità importante della neve come metafora è che trasforma senza distruggere. Il paesaggio sotto la neve è ancora lo stesso paesaggio – le colline, gli alberi, le strade – solo coperto di bianco. E il bianco della vecchiaia, quello che arriva senza avvisare e senza chiedere, non cancella quello che c’è sotto: lo ricopre. Trasforma senza eliminare.
Jules Renard e la precisione delle piccole cose
Renard era maestro di questo tipo di osservazione: piccola nella forma, precisa nella mira, grande nella portata di quello che coglie. Aveva il talento specifico di prendere un momento quotidiano e banale e di trovare dentro di esso qualcosa che valesse per tutti, qualcosa che una volta letto non si dimentica facilmente.
Questa frase non parla di filosofia dell’invecchiamento o di destino umano in senso astratto, ma di una mattina specifica, di un risveglio, di una finestra o di uno specchio. E in quella concretezza quotidiana c’è tutta la verità che serve, senza bisogno di aggiungere altro.
Jules Renard è stato scrittore e commediografo francese, nato nel 1864 e morto nel 1910, autore di Pel di carota e del Journal, il diario personale tra i più letti, più citati e più amati della letteratura francese dell’Ottocento.
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