In mezzo a tutto quello che cambia – le relazioni che si formano e si trasformano, le situazioni che si riconfigurano, le priorità che si riorganizzano, le visioni del mondo che evolvono – c’è qualcosa che secondo Maria Rita Parsi non dovrebbe cambiare mai, qualcosa che dovrebbe rimanere stabile e riconoscibile come punto fermo in qualsiasi circostanza. Maria Rita Parsi ha condensato in poche parole qualcosa di essenziale su cosa rende un figlio davvero capace di affrontare la vita e le sue difficoltà.

Nella vita tutto può cambiare, tranne una cosa: l’amore per un figlio
“Tutto può cambiare nella vita, ma non l’amore per un figlio. Non sentirsi accolti e amati da chi rappresenta il nostro punto di riferimento conduce a una notevole fragilità.”
La frase ha due parti che si tengono. La prima è un’affermazione assoluta sull’amore genitoriale: qualunque altra cosa cambi, quello non deve. La seconda è una conseguenza clinica e umana: quando manca quell’accoglienza, quando il figlio non si sente amato e riconosciuto da chi dovrebbe essere il suo punto di riferimento sicuro, la fragilità che ne risulta è reale e duratura.
Cosa significa “accogliere”
Accogliere non significa approvare sempre ogni comportamento, non significa non porre limiti quando sono necessari, non significa proteggere i figli da ogni difficoltà e da ogni frustrazione. Significa qualcosa di più fondamentale e più profondo di tutto questo: che il figlio senta, in modo riconoscibile e costante, di essere amato per quello che è come persona, indipendentemente da quello che fa o non fa, da come rende, da quanto corrisponde all’immagine di figlio che il genitore aveva in mente. Che la relazione con il genitore non sia condizionata al comportamento, alla riuscita scolastica o sociale, alla conformità a un’immagine attesa.
Quella distinzione tra amore condizionato e incondizionato è uno dei concetti più importanti, più studiati e più verificati di tutta la psicologia dell’attaccamento. Il figlio che sa di essere amato in modo incondizionato ha una base sicura e stabile da cui esplorare il mondo, e a cui tornare quando il mondo diventa difficile.
Penso a quante volte l’accoglienza si perde nella fatica quotidiana concreta, non per mancanza di amore, ma perché si è esausti, sopraffatti, troppo presi da tutto il resto che si muove attorno. Maria Rita Parsi non sta descrivendo genitori cattivi o indifferenti: sta descrivendo qualcosa di molto più comune e più silenzioso: cosa succede quando l’amore c’è ma non arriva, perché non trova il tempo e la presenza necessaria per manifestarsi in modo riconoscibile per il figlio.
La fragilità come conseguenza
“Una notevole fragilità”: Maria Rita Parsi usa un aggettivo molto preciso e consapevole. Quella fragilità non è caratteriale, non è destino o natura: è la conseguenza prevedibile di una mancanza specifica nella storia relazionale del bambino.
Il bambino che non si sente accolto impara nel profondo che il mondo è fondamentalmente non sicuro, che le sue esigenze non contano abbastanza, che deve guadagnarsi l’amore invece di riceverlo come dato della relazione.
Quella mancanza si porta nell’adolescenza come vulnerabilità alle pressioni del gruppo, nelle relazioni adulte come difficoltà a fidarsi, nella capacità di regolare le emozioni e di chiedere aiuto quando ne si ha bisogno.
Il punto di riferimento
“Chi rappresenta il nostro punto di riferimento”: non i genitori come categoria astratta, ma la persona specifica e concreta che il bambino ha identificato come il centro del proprio sistema affettivo e del proprio senso di sicurezza.
Quella persona ha un potere enorme e spesso non percepito nella sua totalità, proporzionale alla centralità che occupa nel mondo psicologico del bambino. Ed è esattamente per questo, e non nonostante questo, che la sua accoglienza – o la sua mancanza anche solo parziale – ha conseguenze così profonde e così durature.
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