Esiste una frase di Haruki Murakami che gira ovunque, spesso fraintesa e citata a metà. Molti la usano come un incoraggiamento spiccio, quasi un “basta lamentarsi, dipende da te”. Ma il senso è un altro, più sottile e più utile di così. Lo scrittore giapponese distingue due esperienze che nel linguaggio comune finiscono per confondersi, e proprio in quella distinzione si nasconde qualcosa che vale la pena fermarsi a capire.

Una scelta possibile dentro il dolore
“Il dolore non si può evitare, ma la sofferenza è opzionale.”
Due parole, apparentemente intercambiabili, che in questa frase indicano invece due cose profondamente diverse: il dolore da un lato, la sofferenza dall’altro.
Dolore e sofferenza non sono la stessa cosa
Il dolore è ciò che si prova nell’immediato di fronte a qualcosa che ferisce, nel corpo o nell’animo. Perdere una persona cara, vedere finire un legame, incassare un fallimento, subire un rifiuto: sono esperienze che fanno male, punto. Non esiste un modo di volontà o di pensiero positivo che le renda indolori.
La sofferenza è un’altra faccenda: è la storia che costruiamo attorno a quel dolore. È il “perché è successo a me”, il “non doveva andare così”, il “non lo meritavo”, il “non passerà mai”, il “sono fatto così, punto e basta”. È l’elaborazione mentale ed emotiva che trasforma un’esperienza dolorosa, per sua natura passeggera, in una condizione fissa che finisce per definire chi siamo. Ed è proprio in questa elaborazione, non nel dolore in sé, che si apre uno spazio di scelta reale.
Cosa significa “opzionale”
Affermare che la sofferenza è opzionale non equivale a dire che bisogna smettere subito di soffrire, né che soffrire sia un errore o un segno di debolezza. Significa piuttosto riconoscere una differenza sostanziale tra attraversare il dolore e costruirci attorno una prigione permanente. Tra sentire una ferita reale e legittima, e lasciare che, senza accorgersene, quella ferita diventi tutta la storia: qualcosa di definitivo, che ci identifica, che chiude ogni possibilità futura.
Quella prigione, quella sensazione di “non cambierà mai”, non nasce dal dolore in sé. Nasce da ciò che pensiamo del dolore. Ed è lì che entra in gioco la possibilità di scegliere.
Chi ha perso una persona importante prova un dolore autentico, fisico, concreto. Un dolore che merita di essere vissuto, non negato. Ma la sofferenza che si aggiunge – il “non starò mai più bene”, il “non ce la farò”, il “non merito la serenità”, il “sarò segnato per sempre” – non deriva dalla perdita in sé. Deriva da ciò che ci raccontiamo su quella perdita.
Murakami non lascia intendere che riconoscere questo sia semplice, né che riscrivere quel racconto interiore avvenga da un giorno all’altro. Dice però che è possibile farlo. E che il primo passo è cogliere la differenza: il dolore sfugge al nostro controllo. La sofferenza, almeno in parte, no.
Come allenarsi a non soffrire oltre il necessario
Mettere in pratica questa distinzione tra dolore e sofferenza non è immediato, né scontato. Serve un’osservazione onesta e consapevole di ciò che ci diciamo nei momenti più difficili. Non per cancellare il dolore o fingere che non esista, ma per porsi una domanda lucida: questo di più che sto provando rispetto al dolore reale, questo giro di pensieri che alimenta e prolunga la sofferenza, è davvero necessario? Serve a qualcosa? Mi aiuta ad attraversare la difficoltà o mi ci tiene intrappolato?
Non sempre la risposta porta a smettere subito di soffrire. A volte è giusto, persino necessario, restare nel dolore senza fretta di uscirne. Ma sapere che esiste questa distinzione – che il dolore è ineludibile mentre la sofferenza, in parte, si può scegliere di non trascinarsela dietro – cambia già il modo di starci dentro. È la differenza tra farsi travolgere dall’onda e imparare ad attraversarla.
Chi è Haruki Murakami
Haruki Murakami nasce a Kyoto nel 1949. Scrittore giapponese di fama internazionale, ha firmato romanzi entrati nell’immaginario collettivo come Norwegian Wood, Kafka sulla spiaggia, 1Q84 e L’arte di correre. È considerato una delle voci più significative della narrativa contemporanea mondiale.
Nei suoi libri torna spesso il tema della perdita, della solitudine, della ricerca d’identità e della capacità di rialzarsi, raccontati con uno stile che mescola quotidianità e atmosfere sospese, quasi oniriche. Appassionato maratoneta, Murakami ha portato la sua idea del dolore come qualcosa da attraversare, e non da evitare, anche nei suoi scritti dedicati alla corsa. La sua riflessione sulla sofferenza opzionale è diventata una delle citazioni più condivise e riprese in tutto il mondo.
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