Ogni genitore, istintivamente, vuole proteggere i propri figli. Dal dolore, dalla delusione, dalla fatica, dalla frustrazione, da ogni piccola cosa che potrebbe ferirli. È amore allo stato puro: autentico, immediato, comprensibile. Ma Paolo Crepet – psichiatra, sociologo, voce inconfondibile del dibattito italiano sull’educazione – dice che stiamo proteggendo dal problema sbagliato.

Proteggiamo i figli dalla solitudine, non dal dolore
“Non proteggere tuo figlio dal dolore. Proteggilo dalla solitudine.“
È una di quelle frasi che, appena la senti, sai che è vera. Non perché ti faccia sentire bene, anzi, ti mette a disagio. Ti fa capire che forse stai facendo esattamente il contrario di quello che credi: ti stai affannando a evitare ogni dolore a tuo figlio, mentre il rischio reale – quello che produce ferite durature – sta altrove.
Perché il dolore non va evitato
Il dolore è parte della vita. Perdere qualcosa, fallire, essere delusi, cadere e rialzarsi… sono esperienze necessarie. Non piacevoli, non da cercare: necessarie. Un bambino che non ha mai sperimentato la frustrazione, non ha sviluppato la capacità di tollerarla. E la vita – quando arriva con le sue asperità reali – lo troverà impreparato.
Crepet lo dice in molte forme: stiamo crescendo figli in una bolla di protezione che li rende fragili invece di solidi. Non perché li amiamo troppo, ma perché confondiamo l’amore con la rimozione di ogni ostacolo. L’amore vero, in educazione, include la capacità di stare a guardare mentre tuo figlio affronta qualcosa di difficile, senza intervenire troppo presto, senza risolvere al posto suo.
Quando un bambino cade e il genitore si precipita prima ancora che lui abbia avuto il tempo di capire se fa male, gli sta insegnando qualcosa: che il dolore è una catastrofe da evitare, non una realtà da attraversare. Quando invece il genitore aspetta – un secondo, anche solo un secondo – dà al figlio la possibilità di capire che ce la fa. Quel momento di tolleranza della fatica è uno dei mattoni della resilienza.
Perché la solitudine fa male
La solitudine, invece, è un’altra cosa. Non la solitudine scelta, quella rigenerativa di chi sa stare con se stesso. Ma la solitudine dei bambini che non hanno nessuno con cui condividere quello che vivono, che non hanno un adulto di riferimento a cui portare i propri pensieri, le proprie paure, le proprie domande.
Quella solitudine lascia segni profondi. Perché il dolore, attraversato insieme a qualcuno, diventa esperienza formativa. Lo stesso dolore attraversato da soli – senza strumenti, senza contenimento, senza qualcuno che dica “capisco, ci sono” – può diventare trauma.
La presenza come protezione reale
Il messaggio di Crepet è diretto: la cosa più importante che puoi fare per tuo figlio non è togliergli gli ostacoli dalla strada. È esserci quando li incontra. È essere quella presenza – stabile, calda, non ansiosa – che gli permette di attraversare le cose difficili sapendo di non essere solo.
Non significa stare sempre addosso, sovraintendere, controllare. Significa essere disponibile. Significa che quando qualcosa va male, tuo figlio sa dove venire. Che non si troverà solo con il suo dolore, perché la solitudine, in quel momento, è il vero rischio.
Cosa cambia con questa prospettiva
Se prendi questa frase sul serio, cambia qualcosa in come guardi la genitorialità. Smetti di chiederti “come faccio a evitargli questa cosa difficile?” e cominci a chiederti “come faccio a essere presente mentre la attraversa?” Non è una domanda più facile. Ma è quella giusta.
Crepet non sta dicendo che devi essere un genitore distante o indifferente. Sta dicendo che la vicinanza vera non è quella che rimuove gli ostacoli: è quella che li accompagna. Un genitore che c’è quando fa male, che non fugge davanti alle lacrime, che non risolve tutto subito, sta facendo la cosa più difficile e più importante che esista: insegnare a suo figlio che si può attraversare il dolore, e che dall’altra parte c’è qualcuno che aspetta.
Chi è Paolo Crepet e perché parla così diretto
Paolo Crepet nasce a Venezia nel 1951. Psichiatra, sociologo, educatore e da decenni una delle voci più scomode del dibattito italiano sulla famiglia, l’educazione e la salute mentale. È noto per uno stile diretto, quasi provocatorio, che non usa mezze misure: dice le cose come le vede, anche quando fanno male a chi le ascolta.
Quando parla di genitori e figli, Crepet non cerca il consenso. Cerca la verità. E la verità che dice da anni è che stiamo confondendo la protezione con l’iperprotezione, e che i nostri figli ne stanno pagando il conto.
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