Certi momenti li capisci solo dopo averli attraversati e guardando indietro: 3 frasi di Isabel Allende sul destino

Quante cose nella tua vita – una scelta, un incontro, una perdita – all’epoca sembravano casuali, e solo anni dopo hai capito che erano decisive? Che senza quel momento non saresti qui, non saresti questa persona? Isabel Allende – scrittrice cilena tra le più lette al mondo, autrice di La casa degli spiriti – ha una visione del destino che non è rassegnazione né fatalismo. È lucidità sul fatto che certi crocevia si riconoscono solo in retro visione.

frasi di Isabel Allende sul destino

1. I crocevia che si capiscono dopo

Ci sono crocevia del destino che non possiamo riconoscere nel momento in cui li attraversiamo, ma se si vive abbastanza a lungo, come è capitato a me, li si riesce a distinguere con nitidezza.

Isabel Allende ha detto questa frase portando il peso di una vita intensa: l’esilio dal Cile dopo il colpo di stato che uccise suo cugino Salvador Allende, la perdita della figlia Paula a ventotto anni, decenni di scrittura che hanno trasformato il dolore in letteratura. Quando dice “se si vive abbastanza a lungo” non è una formula retorica: è l’esperienza di qualcuno che ha attraversato molto.

La frase dice qualcosa di preciso sulla natura delle scelte importanti: non si riconoscono mentre le si sta vivendo. Spesso anzi appaiono confuse, dolorose, prive di senso. È solo dalla distanza del tempo – anni dopo, a volte decenni – che il disegno emerge. E ci si rende conto che quei momenti di massima incertezza erano esattamente i più formatori.

2. Il destino come racconto

La vita non è quella che si è vissuta, ma quella che si ricorda e come la si ricorda per raccontarla.

Isabel Allende è scrittrice prima di tutto, e in questa frase si vede. Il destino non è la successione oggettiva degli eventi: è il modo in cui li selezioniamo, li organizziamo, li raccontiamo, a noi stessi prima ancora che agli altri. Ogni volta che ricordi qualcosa del tuo passato, stai scegliendo quale parte di te valorizzare, quale narrazione costruire su chi sei.

Questa è insieme una libertà e una responsabilità. Il tuo passato non è fisso come sembra: è plasmabile dalla prospettiva con cui lo guardi. E cambiare il modo in cui racconti la tua storia è, in un certo senso, cambiare il tuo destino.

3. L’impazienza e il tempo necessario

Siamo impazienti: vogliamo che le cose accadano subito. Ma il destino ha i suoi tempi, e spesso ci dà ciò di cui abbiamo bisogno molto dopo che abbiamo smesso di chiederlo.

La terza frase tocca qualcosa che quasi tutti hanno vissuto: la cosa che si desiderava disperatamente e non è arrivata, e poi è arrivata in una forma diversa, in un momento diverso, quando già non la si aspettava più. Isabel Allende non dice che il destino è buono; dice che ha tempi propri, che non coincidono con i nostri.

Questo non è una consolazione facile. È una descrizione onesta di come funziona la vita: i grandi cambiamenti raramente arrivano quando li invochiamo. Arrivano quando siamo pronti per riceverli, anche se quella prontezza ci viene spesso imposta dall’esterno.

Il destino secondo Isabel Allende

Isabel Allende non crede in un destino rigido e predeterminato. Crede nella storia che emerge dalle scelte, dagli incontri, dalle perdite, e che ha senso solo se guardata da abbastanza lontano. La sua scrittura è tutta costruita su questo: personaggi che non capiscono cosa sta succedendo loro, e lettori che – grazie alla distanza narrativa – vedono il disegno che i personaggi non possono ancora vedere.

Leggere le sue frasi sul destino non consola nel senso semplice del termine. Ma dà qualcosa di più utile: la prospettiva di chi ha vissuto abbastanza da capire che anche le cose peggiori, nel lungo periodo, possono diventare parte di qualcosa di più grande.

Chi è Isabel Allende

Isabel Allende nacque a Lima nel 1942 da una famiglia cilena, e il suo nome è indissolubilmente legato al colpo di stato del 1973 che rovesciò il governo di Salvador Allende – suo cugino – e la costrinse all’esilio. Scrisse La casa degli spiriti in forma di lettera al nonno morente, senza pensare di pubblicarla. Divenne uno dei romanzi latinoamericani più letti del Novecento, tradotto in decine di lingue.

Nel 1991 perse sua figlia Paula, in coma per un anno prima di morire a ventotto anni. Da quell’esperienza nacque il libro Paula, un memoir doloroso e straordinario in cui Isabel Allende racconta la propria vita alla figlia che non potrà leggerlo. Chi ha letto quel libro capisce perché le sue frasi sul destino hanno un peso specifico che non si trova nei libri di filosofia.

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