Quando stai attraversando un periodo difficile, quando il dolore sembra non finire mai, quando l’infelicità ti sembra permanente e definitiva, c’è una frase di Primo Levi che vale la pena tenere vicina. Non promette che andrà meglio. Non offre consolazioni facili. Ma dice qualcosa di vero sull’essere umano che, in un certo modo, è la più profonda delle consolazioni.

La felicità è imperfetta così come lo è l’infelicità
“Tutti scoprono, più o meno presto nella loro vita, che la felicità perfetta non è realizzabile, ma pochi si soffermano invece sulla considerazione opposta: che tale è anche una infelicità perfetta. I momenti che si oppongono alla realizzazione di entrambi i due stati-limite sono della stessa natura: conseguono dalla nostra condizione umana, che è nemica di ogni infinito.“
Questa frase viene da Se questo è un uomo, il libro in cui Primo Levi racconta la sua esperienza nel campo di sterminio di Auschwitz. Un uomo che ha visto il peggio che l’essere umano possa fare ad un altro essere umano, e che da quella esperienza ha tratto un’osservazione che è insieme scientifica e profondamente umana.
La simmetria tra felicità e infelicità
Il punto centrale è la simmetria. Tutti sappiamo che la felicità perfetta non esiste. Ce lo diciamo spesso, come una specie di saggezza rassegnata. Ma quasi nessuno pensa al rovescio: che anche l’infelicità perfetta non esiste. Che anche il dolore più profondo ha dei limiti. Che anche la sofferenza più grande non è infinita.
“Nemica di ogni infinito“: l’essere umano non riesce a mantenere nessuno stato per sempre. Non il piacere, non l’estasi, non il trauma, non la disperazione. La mente si adatta, il corpo si adatta, il tempo passa. Non perché le cose migliorano necessariamente, ma perché siamo biologicamente e psicologicamente incapaci di restare in uno stato-limite per sempre.
Chi poteva dire questa cosa
Primo Levi era un chimico torinese deportato ad Auschwitz nel 1944. Ha vissuto cose che la maggior parte di noi non può immaginare. E da quella esperienza – non nonostante di essa, ma attraverso di essa – ha tirato fuori una comprensione della condizione umana che pochi hanno raggiunto.
La sua frase non è filosofia astratta. È il resoconto di qualcuno che ha attraversato il massimo dell’infelicità accessibile all’essere umano, e che dall’altra parte ha trovato questa verità: anche quella non era infinita. Anche da lì si usciva; non tutti, non facilmente, non senza perdite enormi. Ma la sofferenza assoluta, quella totale e permanente, non è umanamente possibile.
Cosa fare con questa consapevolezza
Quando sei nel mezzo di qualcosa di difficile, questa frase non ti dice che le cose andranno bene. Ti dice qualcosa di più preciso: che quello che senti adesso, per quanto intenso e reale, non è lo stato permanente. Che la tua condizione umana – quella stessa condizione che ti impedisce di essere felice per sempre, che ti fa desiderare qualcosa di più anche quando hai tutto – ti impedisce anche di essere infelice per sempre. L’infelicità assoluta, quella che non lascia spazio a nient’altro, è umanamente insostenibile. E il corpo, la mente, il tempo trovano sempre il modo di incrinarne i confini.
Non è ottimismo. È precisione. Ed è, paradossalmente, una delle cose più consolatorie che si possano sentire.
Un pensiero da tenere vicino
Se stai attraversando un momento difficile e leggi questa frase di Primo Levi, potresti sentire qualcosa di strano: una specie di sollievo non sentimentale. Non “andrà meglio” (che non lo sa nessuno). Non “sei forte” (che spesso suona falso). Ma questo: la tua condizione umana stessa – quella che ti impedisce di essere sempre felice – ti impedisce anche di essere sempre infelice. Sei biologicamente protetto dall’infinito. Anche dal peggio. E questo – scritto da un uomo che il peggio lo ha conosciuto davvero – è forse il più onesto degli inviti a non smettere di sperare.
Se questo è un uomo
Primo Levi scrisse Se questo è un uomo nel 1947, due anni dopo la liberazione dal campo. Era un chimico torinese di ventiquattro anni quando fu deportato, ebreo, sopravvissuto per quella stessa formazione scientifica che lo aveva reso utile come lavorante nel laboratorio di Auschwitz. Il libro – rifiutato inizialmente da Einaudi, pubblicato da una casa editrice minore in poche copie – divenne decenni dopo uno dei libri più letti del Novecento.
Primo Levi scriveva con la precisione dello scienziato: osservava, descriveva, categorizzava. Non cercava il pathos; cercava la verità. E questa frase è un esempio perfetto di quella precisione: non ti consola dicendoti che stai bene, non minimizza il dolore. Ti dà una struttura – simmetrica, chiara, verificabile – che ti aiuta a capire dove sei.
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