Una frase di Luigi Pirandello sulla vita: se riesci a vederti dall’esterno, forse non la vivi più, smetti di subire

Luigi Pirandello non scriveva frasi consolatorie. Scriveva diagnosi. Guardava il comportamento umano con una lucidità che non concedeva niente alla rassicurazione. E questa frase, forse più di qualsiasi altra, è una diagnosi che fa male con la precisione di uno strumento chirurgico, perché colpisce qualcosa che si riconosce immediatamente.

frase di Luigi Pirandello sulla vita

Come si riconosce chi sta davvero vivendo

“Chi vive, quando vive, non si vede: vive. Se uno può vedere la propria vita, è segno che non la sta vivendo più: la subisce, la trascina.”

C’è qualcosa di immediato e di profondamente scomodo in questa frase. Richiede un solo secondo di onestà, ma quel secondo può essere pesante: in questo momento, si sta vivendo o si sta guardando vivere? Si è dentro quello che succede, pienamente presenti, o si osserva dall’esterno come se fosse il film di qualcun altro, un film in cui si è protagonisti ma non si è davvero lì?

Questa frase di Pirandello mi è tornata in mente molte volte, in momenti molto diversi tra loro. Ci sono stati periodi in cui guardavo la mia vita dall’esterno con una chiarezza quasi fotografica: sapevo esattamente cosa stava andando storto, riuscivo a descriverla nei dettagli come se parlassi di qualcun altro. E Pirandello dice: quello è il segnale. Non stavi vivendo.

Leggi anche: Confucio: hai solo 2 vite, e la seconda comincia quando ti rendi conto di averne una sola. È ora di cominciare a vivere

Perché “subire” e “trascinare” non sono la stessa cosa

“La subisce, la trascina”: due verbi molto precisi e molto diversi tra loro, ma che convergono verso la stessa condizione. Subire implica passività assoluta: qualcosa accade e si sopporta, si porta avanti, si attraversa senza essere davvero presenti a quello che sta succedendo, come se si stesse aspettando che finisca. Trascinare implica invece fatica senza direzione: si va avanti perché andare avanti è l’unica cosa che si sa fare, non perché si stia andando consapevolmente da qualche parte precisa.

Entrambi i verbi descrivono una relazione con la propria vita in cui l’Io non è agente, ma paziente: non fa, ma riceve e sopporta. Non sceglie, ma porta quello che arriva.

Quando sei davvero dentro quello che ti sta succedendo

Essere dentro la propria vita – nel senso che Pirandello intende -non significa vivere in modo frenetico o intenso. Significa essere presenti in modo tale da non potersi guardare da fuori, perché non c’è un fuori da cui guardare. L’Io e la vita coincidono nel momento in cui accadono. Non c’è distanza tra chi osserva e quello che viene osservato, perché chi osserva non c’è.

Questo succede nei momenti di vera concentrazione, di vera passione, di vera presenza relazionale. Quando si è completamente assorbiti da qualcosa – una conversazione che conta, un lavoro che si ama, un momento con qualcuno che si ama davvero – non ci si guarda fare. Si fa. Solo dopo, guardando indietro con la distanza del tempo, si vede quello che è successo.

Perché guardarsi vivere è il contrario di vivere

Pirandello non sta dicendo che la consapevolezza sia un male o che bisogna smettere di riflettere sulla propria vita. Sta dicendo qualcosa di molto più preciso e più difficile da accettare: che certi tipi di consapevolezza – quella distaccata, quella analitica e fredda, quella che osserva dall’esterno invece di partecipare dall’interno – sono segnali concreti di un allontanamento dalla propria vita reale. La vita vera, quella che si sta davvero vivendo in pieno, non ha spettatori in platea, nemmeno se quegli spettatori siamo noi stessi che ci guardiamo vivere dall’esterno.

La domanda che rimane, dopo aver tenuto in mano questa frase per qualche minuto in silenzio, è semplice nella forma e difficilissima nella risposta: quando è stata l’ultima volta che non vi siete visti?

Leggi anche: Pirandello: la vita ha solo due vere infelicità, la bruttezza e la vecchiaia disprezzate dalla bellezza e dalla gioventù