“Se per la tua gioia hai bisogno del permesso di altri, sei proprio un povero sciocco”: una frase di Hermann Hesse

Quante cose hai rimandato aspettando che qualcuno ti dicesse che andava bene? Quante scelte hai aspettato di fare finché qualcuno non ti dava il via libera? E quante di quelle cose non hai mai fatto perché quell’approvazione non è mai arrivata nel modo giusto, nel momento giusto, con le parole giuste? Se ci pensi, ci sono probabilmente cose che vuoi da anni, e che non hai ancora fatto perché aspetti qualcosa da qualcun altro. Hermann Hesse aveva il dono di dire cose dure in modo diretto, senza ammorbidirle. Questa frase graffia. Ma graffia per guarire, come fanno le cose vere.

frase di H. Hesse

Non chiedere il permesso agli altri per la tua gioia

“Se per la tua gioia hai bisogno del permesso di altri, sei proprio un povero sciocco.”

Non è cattiveria. È la cosa più gentile che si possa dire a qualcuno che si è abituato a chiedere il permesso per esistere. Hermann Hesse non ti sta giudicando: ti sta svegliando.

Cosa significa “chiedere il permesso”

Non si chiede il permesso solo quando si dice esplicitamente “posso?” guardando qualcuno negli occhi, aspettando la risposta. Lo si chiede in mille modi silenziosi, automatici, quasi invisibili.

Lo si chiede ogni volta che si aspetta una reazione – quella di qualcuno di preciso, o quella vaga del mondo in generale – prima di decidere come stare, cosa fare, chi essere. Ogni volta che si controlla il feed dopo aver postato qualcosa, in attesa di quella conferma silenziosa che dica “sei a posto”. Ogni volta che si sceglie un lavoro, un partner, un modo di vestirsi, un modo di trascorrere il tempo libero basandosi su quello che gli altri si aspettano da te.

Ogni volta che la gioia – quella vera, viscerale, non quella performata per essere vista – aspetta il via libera di qualcuno prima di potersi permettere di esistere.

Perché è una prigione

Il problema del permesso eterno è che non arriva mai abbastanza, e anche quando arriva, non basta. Non perché le persone intorno a te siano cattive o avare di approvazione. Ma perché la fonte del tuo benessere è esterna, e le fonti esterne sono per natura inaffidabili. Oggi ti approvano, domani sono distratti, dopodomani dicono una cosa che suona in modo leggermente diverso. Se la tua gioia dipende da quella variabile, sei su una giostra che non si ferma mai e che va sempre un po’ troppo veloce.

C’è qualcosa di più profondo in questa frase di Hermann Hesse che vale la pena capire. Lui scriveva di persone in cerca di se stesse. Siddharta è il viaggio di un uomo che smette di cercare all’esterno, nelle dottrine, negli insegnamenti altrui, nell’approvazione del mondo, e comincia a guardare dentro. Non perché gli altri non contino, ma perché la direzione giusta è inversa a quella che crediamo. Prima trovi te stesso, poi puoi davvero stare con gli altri. Prima la tua gioia, poi la condivisione di quella gioia. Non il contrario.

Quella stessa direzione è contenuta in questa frase: la gioia non si chiede, non si ottiene in prestito. Si trova. E il posto dove si trova è dentro.

La domanda giusta

Invece di chiederti “cosa penseranno?”, prova a chiederti “cosa voglio io?” Non come atto di egoismo o di chiusura verso il mondo, ma come punto di partenza onesto. È la domanda che Hermann Hesse mette al centro di tutto.

La tua gioia non ha bisogno del permesso di nessuno, ne ha bisogno solo di te. E quella è già una notizia enorme, se ci pensi. Non devi aspettare che il momento sia giusto, che tutti capiscano, che qualcuno ti approvi. Puoi iniziare ora, da qualcosa di piccolo: una piccola scelta che è tua e solo tua. Non annunciata sui social, non raccontata in giro aspettando il feedback. Solo tua. Fatta perché ti fa stare bene, punto.

Hermann Hesse è stato scrittore tedesco, Premio Nobel per la letteratura nel 1946, autore di Siddharta e Il lupo della steppa, libri su persone che cercano disperatamente se stesse.

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