Parliamo spesso dei giovani come se fossero una generazione distante, difficile da comprendere, quasi irraggiungibile. Eppure, forse, prima di giudicarli dovremmo imparare ad ascoltarli davvero. Dietro molti loro atteggiamenti non c’è mancanza di valori, ma il bisogno profondo di incontrare adulti credibili, capaci di educare attraverso l’esempio. A ricordarcelo sono 3 intense riflessioni di Maria Rita Parsi, che ci aiutano a guardare i giovani con occhi diversi: non come ragazzi da correggere continuamente, ma come persone che chiedono autenticità e coerenza.

Diamo il buon esempio
Ci siamo convinti che i giovani non rispettino più nessuno. Lo ripetiamo spesso, senza chiederci davvero cosa ci sia dietro quel distacco che tanto ci spaventa. Eppure forse il problema non è la mancanza di rispetto, ma la difficoltà di trovare figure credibili in cui riconoscersi.
I ragazzi osservano tutto. Guardano come affrontiamo le difficoltà, come trattiamo gli altri, quanto siamo coerenti con ciò che diciamo. Non basta imporre regole per essere ascoltati, bisogna prima di tutto incarnarle. Per questo le parole di Maria Rita Parsi arrivano dritte al cuore:
“L’autorità tu la riconosci se c’è autorevolezza, cioè se tu verifichi che quelle persone che sono punti di riferimento, sono veramente persone che fanno quello che propongono a te di fare. Quella è la prima forma di educazione, si chiama esempio.”
Dentro questa riflessione c’è una verità che riguarda tutti: non possiamo chiedere sincerità se viviamo di apparenze, né pretendere rispetto se siamo i primi a dimenticare l’ascolto, la gentilezza, la coerenza. L’autorevolezza non nasce dal ruolo o dalla paura, ma dalla capacità di essere credibili ogni giorno, nelle piccole scelte, nei gesti più semplici.
I giovani non cercano adulti perfetti, ma persone capaci di sbagliare, di chiedere scusa, di mantenere la parola data. Perché l’esempio educa molto più delle prediche.
I giovani di oggi non sono diversi da noi
Abbiamo spesso la tentazione di guardare i giovani con nostalgia, come se la nostra generazione fosse stata più forte, più rispettosa, più capace di affrontare la vita. Ma ogni epoca ha avuto le sue fragilità, le sue ribellioni, le sue paure:
“I giovani di oggi non sono diversi da come eravamo noi da giovani.”
Maria Rita Parsi torna a farci riflettere ricordandoci che anche noi volevamo essere ascoltati senza sentirci giudicati. Cercavamo il nostro posto nel mondo, avevamo bisogno di sentirci accettati, compresi, amati. Cambiano i modi di comunicare, cambiano i tempi, ma certe emozioni restano identiche. Il desiderio di essere visti davvero attraversa tutte le generazioni.
Raramente ci fermiamo a chiederci quanto peso portino sulle spalle: oggi, crescono in un mondo veloce, esposto, competitivo, dove tutto sembra dover essere mostrato, dimostrato, raggiunto immediatamente. E dentro questa corsa cercano ancora ciò che cercavamo anche noi: qualcuno che li accolga senza pretendere perfezione.
I giovani non respingono l’autorità
Siamo abituati a dire che i ragazzi non rispettano più nessuno. Ma forse dovremmo chiederci, prima di tutto, quale tipo di autorità trovano davanti a loro.
I giovani percepiscono immediatamente la distanza tra ciò che viene detto e ciò che viene vissuto. Non si ribellano alle regole in sé, ma all’incoerenza di chi pretende comportamenti che non è disposto ad assumere in prima persona. Ed è qui che la riflessione di Maria Rita Parsi diventa profondamente vera:
“Non è vero che i figli non rispettano le autorità. I giovani non rispettano quelle autorità che non sono autorevoli, che dicono una cosa e ne fanno un’altra.”
Non sono le lezioni frontali a lasciare il segno più profondo, ma le esperienze vissute accanto a qualcuno che sa essere presente senza imporsi. I giovani imparano soprattutto da ciò che respirano ogni giorno, come quando un adulto rispetta davvero una fila, anche se “potrebbe passare avanti”, mostrando che le regole valgono per tutti.
Per questo non serve riempire lo spazio di regole, ma renderlo significativo. Perché ciò che davvero educa non è la pressione dell’autorità, ma la qualità della relazione. E alla fine, ciò che resta non è ciò che abbiamo detto, ma ciò che siamo stati capaci di dimostrare con la nostra vita.
E noi, siamo davvero coerenti con ciò che chiediamo agli altri di diventare?
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