Caro lettore che senti il tempo passare, Hermann Hesse ti scrive: anche l’autunno ha i suoi colori

C’è un momento preciso in cui cominci a sentirlo. Non è un pensiero, è qualcosa di più fisico, più viscerale. Forse è una mattina di settembre, quando la luce cambia angolo e le foglie iniziano a cedere. Forse è il compleanno di qualcuno, o una fotografia ritrovata per caso, o semplicemente uno specchio incontrato di fretta. E lì, in un istante, il tempo smette di essere un concetto astratto e diventa qualcosa che senti davvero, che scorre, che va, che non torna.

E la paura arriva. Silenziosa, sottile, ma presente.

Hermann Hesse la conosceva bene, quella paura. Nei suoi romanzi, nelle sue poesie, nelle sue lettere, Hesse ha scritto del tempo con una tenerezza e una lucidità che ancora oggi, a distanza di decenni, arriva dritta al petto.

Questa è la lettera che avrebbe voluto scriverti.

senti il tempo passare

La lettera che Hermann Hesse scriverebbe a chi sente il tempo passare

Caro amico, cara amica,

so che cosa stai osservando, quando guardi il calendario. Non stai cercando una data: stai cercando di capire quanto ti rimane. Quante primavere, quanti inizi, quante volte ancora quella sensazione di avere tutto davanti.

E invece adesso senti l’autunno. Nelle ossa, nella luce, nel ritmo delle giornate.

Permettimi di dirti una cosa, prima di tutto il resto: l’autunno non è la fine. È la stagione più onesta dell’anno.

Ho passato tutta la vita a scrivere del tempo. Non per fermarlo – nessuno può farlo – ma per imparare a vederlo in modo diverso. E la cosa più importante che ho capito la puoi trovare in questi versi, che ho scritto e che porto con me da sempre:

“Come ogni fiore appassisce e come tutta la giovinezza cede il passo, così fiorisce in ogni tappa della vita, ogni virtù, ogni comprensione della verità, nel suo giorno, e non può durare per sempre.”

Leggi di nuovo queste parole, lentamente. Non c’è disperazione qui. C’è qualcosa di molto più importante: c’è verità.

Ogni stagione della tua vita è fiorita nel momento giusto. L’energia dei vent’anni, l’ambizione dei trenta, la costruzione dei quaranta; ognuna di queste fasi aveva la sua forma, la sua luce, il suo profumo. E come un fiore, non poteva durare in eterno. Non perché la vita sia crudele, ma perché ogni cosa bella ha il suo tempo preciso. E quello che viene dopo non è meno bello. È diversamente bello.

C’è un’immagine che mi torna spesso in mente, una che ho scritto in Demian e che sento sempre più vera con il passare degli anni:

“È così che le foglie cadono intorno a un albero in autunno, un albero ignaro della pioggia che scorre sui suoi fianchi, del sole o del gelo, e della vita che si ritira gradualmente verso l’interno. L’albero non muore. Aspetta.”

Sei quell’albero. Quello che chiami perdita – la giovinezza che se ne va, l’energia che cambia, i capelli che incanutiscono, le priorità che si spostano – non è una morte. È la vita che si ritira verso l’interno per diventare qualcosa di più radioso. Più radicato. Più tuo.

L’albero in autunno non è un albero che ha fallito. È un albero che ha accumulato tutto quello che serve per sopravvivere all’inverno e rifiorire. E tu, proprio come lui, non stai finendo. Stai raccogliendo.

Adesso voglio dirti la cosa che mi sta più a cuore. Quella che, se potessi, ti bisbiglierei all’orecchio ogni mattina quando apri gli occhi.

“In ogni inizio abita una magia che ci protegge e ci aiuta a vivere.”

Hai sentito bene. Ogni inizio. Non solo quelli dei vent’anni, non solo quelli fragorosi e pieni di futuro. Anche questo. Anche adesso. Anche il primo giorno di settembre con la luce obliqua e le foglie che cominciano a cambiare. Anche la mattina in cui ti svegli e decidi di smettere di rincorrere quello che eri e cominci a scoprire quello che puoi ancora diventare.

Ogni volta che lasci andare qualcosa – un ruolo che non ti appartiene più, un’aspettativa che ti ha consumato, una versione di te costruita per gli altri – lì, in quello spazio appena liberato, abita una magia. È piccola, all’inizio. Quasi invisibile. Ma è reale.

C’è un pericolo che conosco bene, uno che ho visto consumare persone brillanti e sensibili. L’ho chiamato, nella mia poesia Stadi, con parole che non ho mai smesso di credere vere:

“Se accettiamo una casa di nostra costruzione, la familiarità dell’abitudine porta all’indolenza. Dobbiamo prepararci alla partenza e al distacco, o restare schiavi della permanenza.”

Schiavi della permanenza. Fermati un momento su queste parole.

Quante energie sprechi ogni giorno cercando di tenere fermo quello che vuole muoversi? Quanta vita ti sfugge mentre sei impegnato a difendere una versione di te che appartiene già al passato? La permanenza – l’illusione che le cose possano e debbano restare esattamente come sono – non è sicurezza. È una prigione con le pareti dorate.

Il tempo che passa non ti sta togliendo nulla di essenziale. Ti sta liberando dallo spazio per qualcosa che ancora non sai immaginare.

C’è una saggezza che appartiene solo a chi ha vissuto abbastanza. Non si impara dai libri, non si trova nelle scuole, non si acquista con il denaro. Si accumula lentamente, come le foglie sul fondo di un bosco antico, e fertilizza tutto quello che viene dopo.

“La saggezza non è che una preparazione dell’anima, una capacità, una segreta arte di pensare, sentire e respirare pensieri di unità in ogni momento della vita.”

Questo è quello che hai adesso. Questa capacità di vedere le cose nella loro interezza: le connessioni, le ironie, la bellezza nascosta nei posti impensati. La primavera non può averla. Non ancora. Ma tu sì.

Il tempo che senti passare non ti sta portando via qualcosa. Ti sta consegnando qualcosa. La domanda è solo se sei disposto a riceverlo.

Cosa fare con questo autunno?

Le belle immagini hanno bisogno di radici nella vita di tutti i giorni. Lasciami allora essere pratico, per una volta:

  • Smetti di confrontare le stagioni tra loro. Settembre non è peggio di maggio. È semplicemente un altro tipo di luce. E quella luce, se la lasci entrare, illumina cose che la luce di maggio non riesce a raggiungere.
  • Lascia andare quello che vuole andare. Non tutto quello che hai costruito è destinato a restare. Alcune cose servivano per una fase, e quella fase è finita. Tenerle in vita per paura non è fedeltà. È paura.
  • Cerca il nuovo inizio che si nasconde nel cambiamento. Ogni cosa che finisce apre uno spazio. In quello spazio abita qualcosa che stavi aspettando senza saperlo. Guardalo con curiosità, non con terrore.
  • Fidati della vita che si ritira verso l’interno. Quello che senti come perdita di energia è spesso una redistribuzione di energia. Non stai diventando meno, stai diventando più selettivo. Più profondo. Più vero.

Prima di lasciarti andare

Ho detto molte cose in questa lettera. Ma la più importante è anche la più semplice:

“Ho sempre creduto, e ci credo ancora, che qualunque buona o cattiva fortuna ci capiti, possiamo sempre darle un significato e trasformarla in qualcosa di valore.”

Il tempo che passa non è il nemico. La paura del tempo che passa, quella sì, può diventarlo. Perché quella paura ti ruba il presente mentre sei impegnato a rimpiangere il passato o a tremare davanti al futuro.

L’autunno ha colori che la primavera non ha mai visto. Aranci profondi, rossi accesi, ori che bruciano nella luce del tardo pomeriggio. Sono colori che si ottengono solo attraverso il tempo, solo attraverso la trasformazione, solo attraverso la volontà di lasciare andare il verde per scoprire tutto il resto.

Sei in quella stagione adesso.

E non è un declino. È il tuo apice più vero.

Con affetto e con la gratitudine di chi ha imparato – tardi, ma ha imparato – ad amare ogni stagione della propria vita,

Hermann Hesse

Montagnola, Canton Ticino

Le citazioni di Hesse sono tratte da: “Demian” (1919), la poesia “Stadi / Stufen” raccolta ne “Il giuoco delle perle di vetro” (1943), e dai “Collected Works”. La poesia “Stadi” è tradotta da Richard e Clara Winston.

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