C’è un certo tipo di estate che Bukowski ha catturato meglio di chiunque altro. Non quella patinata dei viaggi organizzati, dei progetti estivi e delle liste dei desideri da spuntare, non quella delle esperienze da mettere sui social, ma quella più vera, più silenziosa e più difficile da raccontare: quella in cui il tempo si dilata in modo quasi fisico, le cose rallentano fino a quasi fermarsi, e ci si ritrova a fare poco senza sentirsi in colpa per farlo e senza dover giustificare quella lentezza a nessuno. Charles Bukowski aveva il dono raro di dire le cose senza abbellirle, senza cercare il consenso, spesso senza nemmeno cercare di piacere.

L’estate non porta sensi di colpa
“L’estate è quel momento in cui le cose accadono con lentezza, o non accadono affatto, e a nessuno importa.”
La chiave è il finale: e a nessuno importa. Non “le cose rallentano, ma ci si sente in colpa”, non “le cose rallentano e si cerca di recuperare”. Le cose rallentano, a volte si fermano, e nessuno se ne preoccupa. Quella assenza di colpa è il nucleo della frase, e forse la parte più difficile da abitare davvero.
Le cose che accadono con lentezza
L’estate ha una fisica diversa da quella del resto dell’anno, una fisica che molte culture riconoscono e che la cultura produttivista contemporanea tende a negare o a resistere. Le giornate sono più lunghe, ma sembrano scorrere più lentamente, con una viscosità che cambia il rapporto con le cose da fare. Certi compiti si stirano e si diluiscono, certi appuntamenti si rimandano senza troppo dramma, certi progetti entrano in una fase di attesa che non sembra un fallimento, ma una pausa.
Non per pigrizia, ma per qualcosa di più antico, più istintivo e più corporeo che riconosce il caldo come segnale di rallentamento, che mette il corpo in una modalità diversa da quella invernale o autunnale.
Bukowski non lo analizza: lo descrive in poche parole. E quella descrizione è già sufficiente per chi la riconosce dall’interno.
Penso all’estate che preferisco: quella in cui si legge senza un programma, si dorme quando si ha sonno, si mangia quando si ha fame. Non l’estate dei turisti, ma quella che ricordi da bambina, quando il tempo era elastico e nessuno mi chiedeva di essere produttiva. Bukowski aveva catturato esattamente quella.
“A nessuno importa”
Questa è la parte che più stupisce in Bukowski: non la lentezza, ma la sua accettazione. “A nessuno importa” non è nichilismo o indifferenza verso la vita: è permesso. Il tipo di permesso che è difficilissimo darsi da soli nella cultura contemporanea: permesso di essere lenti, di non fare, di lasciare che le cose accadano – o non accadano – senza che questo silenzio produttivo debba diventare immediatamente un problema da risolvere o una colpa da giustificare.
In un’epoca in cui si misura e si ottimizza anche il relax, in cui le vacanze devono essere piene di esperienze da raccontare e da fotografare, in cui l’ozio senza rendimento genera ansia da prestazione, questa frase di Bukowski suona quasi rivoluzionaria nel suo semplicissimo non importa.
L’estate come stato mentale
Bukowski non sta parlando solo di luglio e agosto in senso strettamente meteorologico. Sta descrivendo una qualità del tempo, quella modalità specifica in cui ci si permette di stare senza dover fare, in cui l’accadere lento o il non accadere delle cose non è un fallimento da correggere, ma semplicemente un modo di vivere. Quella qualità del tempo può esistere anche in altri momenti dell’anno, se si riesce a creare le condizioni interne per abitarla.
Il problema non è mai l’estate in sé. Il problema è l’incapacità di permettersi la sua logica quando finalmente arriva.