C’è qualcosa di molto profondo e di molto liberatorio in quello che Massimo Recalcati dice sulla maternità, e non si tratta solo di un argomento a favore dell’adozione, anche se la include e la sostiene con piena coerenza teorica. Si tratta di qualcosa di più ampio: una ridefinizione radicale di cosa significhi davvero essere una madre, che cambia il modo in cui si guarda alla genitorialità in tutte le sue forme. Massimo Recalcati parte da una distinzione netta e necessaria tra il biologico e il relazionale, tra il corpo che genera e la presenza che cura.

I genitori non sono un fatto biologico
“Essere genitori non è un fatto di sangue, non è un fatto biologico, non riguarda la stirpe, la genealogia e non riguarda nemmeno il sesso.”
Questa affermazione smonta un presupposto molto radicato e raramente messo in discussione: che la genitorialità sia una conseguenza quasi automatica della biologia, che il fatto di aver generato biologicamente produca automaticamente la capacità di accudire e di fare da punto di riferimento.
Recalcati dice qualcosa di molto più preciso: la biologia crea il corpo che genera, non la mente che cura e che risponde. Padre e madre sono funzioni psicologiche e relazionali, ruoli che si incarnano nella relazione concreta, non dati biologici che si possiedono in virtù del proprio sesso o del proprio DNA.
Tutti i genitori sono adottivi
“Ha ragione Françoise Dolto quando dice che tutti i genitori sono adottivi: non è sufficiente uno spermatozoo per fare un padre e non è sufficiente un utero per fare una madre.”
Dolto – psicoanalista francese, una delle figure più influenti della pediatria psicologica del Novecento — aveva sintetizzato questo principio in modo radicale. Tutti adottivi: perché il figlio non è mai quello che si aspettava, perché si deve scegliere ogni giorno di accoglierlo per quello che è, perché il legame non si dà con la nascita ma si costruisce.
Questa frase mi ha raggiunta molto direttamente. Ho sempre pensato che la genitorialità ad alto contatto che racconto nei miei libri fosse esattamente questo: una scelta continua di adozione quotidiana del figlio reale. Non del figlio ideale che avevi immaginato. Del figlio che è arrivato, con la sua forma specifica, il suo modo di essere al mondo, la sua diversità.
La capacità di rispondere al grido
“Per fare una madre non ci vuole il corpo biologico, ma ci vuole la capacità di rispondere al grido.”
Il “grido” è la metafora precisa che Recalcati usa per indicare il bisogno primario e assoluto del bambino, quel segnale che chiede risposta e che, se rimane senza risposta in modo ripetuto, produce effetti profondi e duraturi nella struttura psicologica della persona in formazione.
Rispondere al grido non è solo garantire il cibo o il comfort fisico: è riconoscere che c’è qualcuno lì, che il suo bisogno conta ed esiste, che la sua vita inerme ha valore e diritto a essere accolta da qualcuno che si ferma e risponde.
Le mani come primo volto della madre
“C’è incontro con la madre ogni qualvolta la vita inerme trova un’accoglienza, trova un soccorso, e in questo senso le mani sono il primo volto della madre.”
Questa è l’immagine più bella e più inaspettata di tutto il ragionamento di Recalcati. Le mani. Non il viso, non la voce, non il corpo intero. Le mani che raccolgono, che tengono senza stringere, che rispondono al contatto. Il primo volto della madre è un atto fisico concreto di accoglienza, un gesto che precede qualsiasi parola pronunciata e qualsiasi spiegazione elaborata. Chiunque faccia quel gesto – con quelle mani, in quel momento preciso – è madre in quel momento.
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