C’è qualcosa di molto preciso in quello che Haruki Murakami dice sulle trasformazioni che arrivano attraverso il dolore, e quella precisione è che non sono quasi mai annunciate, non sono quasi mai chiare mentre accadono, e la certezza definitiva che siano finite non arriva mai del tutto. Ci si ritrova dall’altra parte senza aver capito bene il passaggio. Murakami ha messo in parole questo meccanismo con la chiarezza che appartiene alle cose dette da chi le ha attraversate davvero e non solo osservate.

Cosa succede quando la “tempesta” è finita
“Quando la tempesta sarà finita, probabilmente non saprai neanche tu come hai fatto ad attraversarla e a uscirne vivo. Anzi, non sarai nemmeno sicuro che sia finita davvero. Ma un’unica cosa è certa. Quando esci dalla tempesta non sarai più la stessa persona che vi è entrata.”
La frase ha una struttura molto precisa in tre movimenti: non saprai come hai fatto, non saprai nemmeno se è davvero finita, ma sarai cambiato in modo permanente. I due “non sapere” che aprono la frase preparano l’unica certezza finale, e quella certezza non riguarda le circostanze esterne o il mondo intorno, riguarda te e quello che sei diventato.
Non saprai come hai fatto
Questa è la parte più contro-intuitiva. Si tende a credere che le grandi trasformazioni siano accompagnate da consapevolezza, che mentre si attraversa qualcosa di difficile si sappia cosa sta succedendo, cosa si impara, come ci si sta trasformando.
Murakami dice che quasi mai funziona così. Si emerge dall’altro lato senza aver capito bene come ci si è arrivati, quali passaggi hanno portato dall’interno alla uscita. La comprensione della forma che ha avuto la trasformazione arriva dopo, spesso molto dopo, guardando indietro da una distanza temporale che permette di vedere quello che non si riusciva a vedere mentre ci si era dentro. E qualche volta non arriva del tutto.
Penso a quanto spesso si sente dire da persone che hanno attraversato periodi molto difficili – un lutto, un fallimento, un crollo di qualcosa che sembrava solido – le stesse parole: “Non so come ho fatto”. Non è retorica o umiltà messa in scena. È la descrizione precisa di un processo che non si è potuto osservare dall’interno con chiarezza sufficiente mentre accadeva. La tempesta occupa tutto il campo visivo mentre ci si è dentro: non c’è angolazione da cui si riesce a vederla nel suo insieme. Si riesce a vedere la forma che ha avuto solo da fuori, da una distanza che permette una visuale più ampia, e spesso molto più tardi di quanto si vorrebbe.
Non saprai se è finita
Questa è forse la parte più vera, e quella che chi ha attraversato un dolore profondo riconosce più in fretta. I periodi difficili non finiscono con un segnale chiaro e definitivo. Si assottiglia la presenza della tempesta, ci si ritrova a stare meglio senza capire esattamente quando è cominciato il meglio. Si aspetta ancora di sentire la conferma che sia davvero finita, e quella conferma non arriva, o arriva come dubbio: “ma è davvero finita?”.
L’unica certezza: non sarai più lo stesso
Tutto il resto è incertezza, tranne questo unico punto. La trasformazione è l’unica cosa di cui si può essere certi dopo una tempesta vera. Non nella forma di una crescita lineare e misurabile: nella forma di qualcuno che non ha più esattamente gli stessi bordi di prima, che ha aggiunto o tolto qualcosa che non si può rimuovere.
Murakami non dice che sarai migliore. Dice che sarai diverso. E quella differenza, qualunque forma abbia preso, è permanente.
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