Bruzzone ai genitori: se non parlate ai figli fino a 12 anni li perderete fuori, dove c’è di tutto

C’è una finestra temporale precisa che può salvare il dialogo con i nostri figli anche in futuro, e Roberta Bruzzone la indica senza esitazione e senza smussare gli angoli. Non è una questione di principi educativi astratti da applicare con buona volontà: è una questione di architettura neurologica e relazionale che ha tempi propri, indipendenti dalle intenzioni di chi non ci ha fatto caso abbastanza presto. Roberta Bruzzone sa che i genitori che si perdono quella finestra spesso se ne accorgono nel momento più sbagliato.

Bruzzone ai genitori

Guardare i figli negli occhi

“Se volete avere una chance dovete guardarli negli occhi i vostri figli, ma soprattutto mai perdere il contatto con loro sin da quando sono piccoli e neanche riescono a proferire parola.”

Il contatto comincia molto prima del linguaggio, e Roberta Bruzzone lo dice in modo molto preciso. Non è una questione di conversazioni educative ben strutturate o di argomenti importanti trattati nel momento giusto, ma una questione di presenza fisica continuata, di sguardo che si prende il tempo di fermarsi, di esserci in modo costante e riconoscibile prima ancora che il bambino sappia nominare quello che sente. Quella presenza ripetuta crea un’abitudine neurologica: il genitore come punto di riferimento sicuro e affidabile.

La finestra dei dodici anni

“Con i ragazzi ci puoi parlare fino a 12/13 anni. Se ci hai parlato in quell’epoca quel dialogo non si interromperà, potrà avere dei momenti di messa in discussione fisiologici e ci sta, potrà avere momenti di contrasto e ci sta pure, anzi, ben vengano.”

Questa è la parte più utile e più precisa. Roberta Bruzzone parla di un periodo specifico. Crea il canale prima che serva davvero. Il dialogo con l’adolescente non nasce nell’adolescenza: nasce dieci anni prima, e poi sopravvive – con i suoi contrasti, le sue messe in discussione, i suoi momenti di chiusura – perché le fondamenta ci sono già.

Penso a quante coppie genitoriali aspettano che i figli “siano grandi abbastanza” per parlare di cose serie. È esattamente il contrario di quello che dice Roberta Bruzzone: si parla quando sono piccoli, di quello che capiscono, nel modo che regge per loro, e quella pratica costruisce il canale che poi, da grandi, rimane aperto.

Fuori c’è di tutto

“Se non ci hai parlato e quel dialogo non si è mai instaurato, a quel punto difficilmente cercherà in te un punto di riferimento. Lo cerca fuori e fuori c’è veramente di tutto.”

“Di tutto” non ha bisogno di dettagli espliciti: Chi ha un figlio adolescente (e io ne so qualcosa, ahimè) o chi lavora con ragazzi, sa già cosa contiene quel “di tutto”. Non solo le cose chiaramente dannose, ma anche le cose ambigue, le influenze non verificabili, i modelli di riferimento costruiti su dinamiche che il genitore non conosce e non può valutare.

Il punto non è demonizzare il mondo esterno in blocco. È riconoscere che un ragazzo che non ha un punto di riferimento interno e stabile nella famiglia lo cerca fuori con urgenza, e la qualità di quello che troverà è completamente fuori dalla portata del genitore.

Smettete di fare gli amici

“Se volete gestire la problematica del baby gang, allora tornate a fare i genitori, finitela di fare gli amici dei vostri figli.”

Questa è la parte che fa più resistenza. L’amicizia con i figli sembra positiva: crea vicinanza, abbassa il conflitto, fa sentire il genitore connesso. Ma Roberta Bruzzone dice qualcosa di preciso: l’amico non può fare quello che fa il genitore. Il genitore ha un ruolo, quello del punto di riferimento adulto che sa cose che il figlio non sa ancora, che tiene i limiti, che non ha bisogno dell’approvazione del figlio per stare bene.

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