Bruzzone: quando tuo figlio sbatte la porta e tu lo perdoni subito stai fallendo, il perdono preventivo è devastante

Tuo figlio ha una punizione – dieci giorni senza videogiochi, una conseguenza che hai deciso per qualcosa di specifico – e invece di accettarla, esplode nel modo più intenso possibile: urla, piange, ti insulta, tira gli oggetti, sbatte la porta. La scena è insopportabile. E tu, per fare smettere quella scena che non riesci a tollerare, cedi: “va bene, per stavolta ti perdono.” Ti sembra un gesto di amore. Roberta Bruzzone dice che in quel preciso momento stai facendo esattamente la cosa sbagliata. Non perché sei crudele, ma perché stai risolvendo il problema sbagliato. E lo spiega con una precisione che lascia poco spazio a equivoci.

perdono preventivo

La punizione ai figli non può essere rapida

“La punizione non può essere rapida. Poi li vedi in camera che smadonnano, che tirano gli oggetti, che piangono, che gridano, che ti sbattono la porta in faccia e tu, genitore inadeguato: ‘va bene, per stavolta ti perdono!’. Ma chi te l’ha chiesto di essere perdonato?”

Quella domanda finale è tagliente perché smonta qualcosa che sembra un gesto di amore. Il figlio non ha chiesto perdono: stava gestendo la sua rabbia, stava attraversando la frustrazione. Tu sei intervenuto a spegnere quella scena non per lui, ma per te.

Il perdono preventivo è devastante

“Il perdono preventivo è una roba devastante. Non mi dai neanche la possibilità di chiedertelo il perdono, di capire che ho bisogno di essere perdonato.”

Roberta Bruzzone usa le parole come se parlasse dalla prospettiva diretta del figlio, perché il problema è esattamente lì, nel processo che stai interrompendo. Il figlio ha bisogno di attraversare la rabbia fino in fondo – di viverla, di sfogarsela in modo sicuro – di arrivare alla calma da solo, e poi di capire da solo di dover chiedere scusa per come si è comportato.

Quel processo – la rabbia, il suo esaurirsi naturale, il calmarsi, la consapevolezza di quello che ha fatto, la richiesta di perdono – è un percorso di crescita emotiva fondamentale. Tu, cedendo prima del tempo, stai mettendo in corto ircuito quel processo esattamente nel momento in cui stava per produrre qualcosa.

Il vero motivo per cui cedi

“Non stai perdonando, stai mettendo una scorciatoia alla tua angoscia perché vedere tuo figlio che inveisce, che è chiuso in camera, che piange, che non mangia… è a te che manda un segnale di disagio che tu non riesci a contenere.”

Questa è la parte più scomoda da sentire, quella che fa il disagio più vero. Cedi non per lui: cedi per te. Perché vedere tuo figlio in quello stato, sentire quell’intensità, tollerare quella distanza, ti genera un disagio fisico ed emotivo che non riesci a sopportare abbastanza a lungo. Il perdono non è una soluzione al suo problema. È una soluzione al tuo.

Cosa fare invece

“Dopo che ha sfuriato bene bene, te lo siedi davanti e gli dici: ‘hai capito qual è il problema? Hai compreso per quale motivo quella punizione c’è e resta, e che più fai così e più si prolunga?'”

La punizione rimane. Non perché sei crudele, ma perché sta imparando che le sue azioni hanno conseguenze che non spariscono con una sfuriata. Poi, quando si è calmato, puoi parlare, non di perdono, ma di quello che ha vissuto, di come si sente, di cosa ha capito.

La cosa che puoi fare adesso

Resisti alla scena. Non è facile. È una delle cose più difficili nella genitorialità, forse la più difficile proprio perché richiede di tollerare il disagio di vedere tuo figlio soffrire sapendo di poterlo far finire in un secondo. Ma ogni volta che cedi al perdono preventivo stai insegnando qualcosa di molto preciso: che le conseguenze che gli adulti mettono si possono evitare con abbastanza rumore, abbastanza intensità, abbastanza pressione emotiva. Quell’insegnamento lo porterà per anni, molto più in là dei videogiochi.

Leggi anche: Osvaldo Poli e la sua tecnica del selfie: metti tuo figlio di fronte a se stesso e la verità lavorerà di notte