Non esiste una cattiva stella, esistono solo persone che guardano male il cielo: una citazione del Dalai Lama

Quante volte hai detto o pensato, in quei momenti in cui le cose non vanno, “ho sfortuna”, “sono fatto così”, “le cose per me non vanno mai bene”, “sono nato nel momento sbagliato”, “per me è diverso”? Quelle frasi hanno qualcosa in comune: mettono fuori da te la responsabilità di quello che accade. E c’è qualcosa di confortante in questo: se è colpa della stella, non puoi farci niente. Tenzin Gyatso, il XIV Dalai Lama ha una risposta che ribalta quella narrativa in modo molto diretto. Non con giudizio, ma con una precisione che vale la pena portare con sé.

citazione del Dalai Lama

Nessuno di noi nasce sotto una cattiva stella

“Nessuno è nato sotto una cattiva stella; ci sono semmai uomini che guardano male il cielo.”

La distinzione è precisa e non è una consolazione vaga da poster motivazionale. Non nega che ci siano differenze reali nelle condizioni di partenza: alcune persone nascono in situazioni più difficili di altre, e sarebbe disonesto ignorarlo. Non nega che alcune situazioni siano oggettivamente più complesse. Dice qualcosa di diverso e di molto più pratico: che il problema che si può affrontare non è la stella, che non cambi, ma è il modo in cui guardi il cielo. L’orientamento dello sguardo, il tipo di interpretazione che dai agli eventi, la narrativa che costruisci intorno a quello che ti accade ogni giorno.

Cosa significa “guardare male il cielo”

Non significa essere stupidi o superficiali. Spesso le persone che guardano peggio il cielo sono le più intelligenti, perché costruiscono narrative molto coerenti intorno alla loro sfortuna. Significa avere un orientamento sistematico verso certe cose e non verso altre. Guardare male il cielo è la tendenza consolidata a notare le conferme della propria sfortuna e a non registrare le smentite, o a registrarle come eccezioni.

È il meccanismo preciso per cui si ricordano con straordinaria chiarezza le cose che sono andate storte e si dimenticano velocemente quelle che sono andate bene o che non si sono risolte nel disastro atteso. Guardare male il cielo significa anche interpretare gli stessi eventi in modo selettivo e preventivo, prendere automaticamente un ostacolo come prova di essere sfigati, invece che come informazione neutra su come procedere.

La stella come storia che ci raccontiamo

“Sono nato sotto una cattiva stella” è una narrazione, non un fatto astronomico verificabile. È una storia che dice qualcosa di molto preciso sulla relazione tra te e quello che ti accade: le cose mi vanno male per qualcosa che è fuori da me, fuori dal mio controllo, fuori da qualsiasi possibilità reale di cambiamento. Quella storia ha il vantaggio concreto di toglierti la responsabilità. Ha il costo – altrettanto concreto – di toglierti anche la possibilità di cambiare.

Il Dalai Lama non sta dicendo che tutto dipende da te e che le difficoltà reali non esistono, quello sarebbe ingenuo. Sta dicendo qualcosa di più preciso: che la narrazione della cattiva stella – applicata sistematicamente e ripetitivamente alla propria vita – è un modo di guardare male il cielo. E che guardare il cielo diversamente non è ottimismo forzato, ma qualcosa che si può imparare.

Cambia angolo di visuale

Questo non è ottimismo ingenuo o invito a ignorare le difficoltà reali: è qualcosa di molto più pratico e più concreto. Il cielo non cambia: le circostanze esterne sono quelle che sono, e non tutte dipendono da te. Ma l’angolo da cui lo guardi, e quello che scegli sistematicamente di vedere in quello che ti accade, fa una differenza reale sulla direzione che prendi e sulle azioni che scegli.

Prova a chiederti onestamente: se stessi guardando bene il cielo adesso – con tutta l’attenzione disponibile, senza il filtro della storia della cattiva stella – cosa vedresti che normalmente non noti? Cosa c’è nel cielo che hai smesso di registrare?

Tenzin Gyatso, il XIV Dalai Lama è leader spirituale del buddhismo tibetano, Monaco dall’età di tre anni, Premio Nobel per la Pace nel 1989 per la sua resistenza non violenta all’occupazione del Tibet, una delle figure morali più rispettate e più ascoltate del mondo contemporaneo.

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