Morelli ai genitori: se parlate troppo con i figli li allontanate, se tacete quando serve, verranno loro da voi

Quante volte hai sentito dire che con i figli bisogna parlare di più? Che il problema è il silenzio, la distanza che si crea perché non ci si parla abbastanza? Forse hai anche pensato che questa fosse la soluzione. Raffaele Morelli rovescia completamente questa idea, e spiega perché il problema non è parlare troppo poco, ma spesso parlare troppo, nel momento sbagliato, nel modo sbagliato.

Morelli ai genitori

L’idea malata del parlare di più

“Questa idea che coi figli si parla troppo poco è un’idea malata, non è un’idea da perseguire. Perché se noi ci mettiamo in mente come genitori di dover fare continuamente un dibattito coi figli, dove continuiamo a parlare delle nostre cose, della nostra visione del mondo, di cosa è giusto e di cosa è sbagliato, finiamo per allontanarli sempre di più.”

Non è la quantità di parole a costruire il legame: è la qualità del silenzio. Il genitore che parla continuamente della propria visione del mondo, che spiega e commenta, non sta comunicando: sta occupando lo spazio. E quando lo spazio è sempre occupato, il figlio non trova posto per entrarci.

Si parla quando si deve

“Si parla quando si deve parlare. Quando i figli hanno un problema, se tu la smetti di dire cose inutili vengono a parlare con te.”

Questa è la frase più semplice e più scomoda delle cinque. Non occorre creare le condizioni per la comunicazione; occorre smettere di riempirle con cose inutili. Il figlio che sa che il genitore parla quando serve, e tace quando non serve, si fida di più dello spazio che quel genitore lascia.

Ho vissuto questa dinamica dall’interno, da figlia prima che da madre. Le conversazioni con i genitori che mi hanno raggiunta di più non erano quelle pianificate: erano quelle che arrivavano in un momento di silenzio, quando non mi aspettavo niente, quando non c’era un’agenda. Era il silenzio a creare lo spazio.

Guardarlo com’è, non com’è nel progetto

“La cosa più importante è che devi provare a guardare tuo figlio com’è, senza il progetto che hai in mente tu. Perché tu come lo vuoi? Lo vuoi omologato: che sorride, che è contento, che non ha problemi, che va tutto bene… questa è la nostra visione di genitori. In realtà, nelle insicurezze, nei disagi, nelle paure, nelle problematiche sta crescendo.”

Il progetto del figlio ideale – sereno, adattato, senza problemi apparenti – è uno dei più potenti ostacoli alla relazione reale. Il figlio con problemi, con paure, con disagi non è un figlio che non va bene: è un figlio che sta crescendo. Vedere la crescita dove il genitore vede il problema è una delle sfide più difficili della genitorialità.

Non intervenire sul carattere

“È importante intervenire quando serve, cioè molto, molto poco. Su cosa non si deve intervenire mai? Sul carattere: è introverso, parla poco, è timido… lasciagli quegli stati d’animo, perché sono le navi che possono viaggiare nel mare della sua interiorità.”

L’introversione non è un difetto da correggere. La timidezza non è un ritardo da recuperare. Quegli stati d’animo che il genitore vorrebbe cambiare sono spesso la struttura attraverso cui quel figlio esplora il mondo e se stesso. Cercare di correggerli non è aiutare: è disturbare qualcosa che funziona.

Ogni ragazzo è un viaggio

“Ogni ragazzo è un viaggio. Quando diventa pericoloso? Quando entra nel branco e ripete gli schemi del branco.”

La chiusura più precisa. Non è l’introversione il segnale d’allarme: è la conformità al branco, la perdita di se stesso nel gruppo. Il ragazzo che rimane se stesso – anche nel disagio, anche nell’insicurezza – sta viaggiando. Il ragazzo che smette di essere se stesso per appartenere al branco ha perso la rotta.

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