Quello che rimane di un viaggio fatto a vent’anni, di un lavoro che si è lasciato, di un periodo della vita che si è attraversato, non è quasi mai quello che si è imparato in senso stretto. Non le tecniche acquisite, non le competenze che si possono mettere nel curriculum, non le informazioni accumulate. Quello che rimane sono le persone: le facce, le voci, le conversazioni, le presenze che hanno cambiato qualcosa senza che ce ne accorgessimo nell’immediato. Ernest Hemingway aveva su questo una formula molto semplice che racchiude una verità molto complessa.

Cosa conta e cosa rimane di quello che viviamo
“Quello che conta non è tanto quello che impari, quanto la gente che incontri.”
La frase di Hemingway mette deliberatamente in secondo piano il contenuto – le cose che si imparano, i concetti che si acquisiscono, le competenze che si sviluppano – e in primo piano il contesto relazionale in cui quell’apprendimento avviene.
Non che imparare non valga. Hemingway era un lettore vorace e un professionista serissimo. Ma la gente che si incontra nel processo di imparare – o nel processo di vivere, di lavorare, di viaggiare – conta di più di quello che si impara nel senso stretto del termine, e lascia tracce più profonde e più durature.
L’apprendimento come pretesto
C’è qualcosa di paradossale in questa frase, se la si legge nella sua interezza. L’apprendimento diventa quasi il pretesto – il motivo per cui si è lì, in quel posto, in quel momento – mentre la cosa vera che accade è l’incontro. Si va in una scuola, a lavoro, in un paese straniero per imparare qualcosa. Si torna con le persone.
Penso ai periodi della mia vita che ricordo come più formativi e più significativi in retrospettiva, e quasi nessuno di loro è associato a una cosa specifica imparata, a un contenuto preciso, a una competenza acquisita. Sono associati a persone. Al modo in cui qualcuno mi guardava mentre parlava, con un’attenzione che non si dimentica. A conversazioni che cambiano qualcosa di sottile, ma di permanente. A presenze che hanno modificato il modo in cui mi vedevo. Hemingway lo sapeva dall’esperienza.
Le persone come formazione
Le persone che si incontrano formano in modo spesso molto più profondo e molto più permanente di qualsiasi contenuto studiato o esperienza strutturata. Una persona che crede in te nel momento in cui non ci credi tu cambia la traiettoria, a volte in modo definitivo. Un interlocutore che fa le domande giuste apre qualcosa che nessun libro avrebbe potuto aprire da solo. Un testimone reale della tua vita – qualcuno che ti vede davvero in un momento specifico – è spesso più formativo di qualsiasi percorso formale che si sia frequentato.
Il valore dell’incontro casuale
C’è anche una dimensione di imprevedibilità molto importante in questa frase di Hemingway, che si aggiunge a tutto il resto. Le cose che si imparano si scelgono, almeno in parte: si decidono i corsi, i libri, le esperienze formative, le competenze da sviluppare. Si ha un certo controllo sul curriculum e sulla formazione.
Le persone che si incontrano, spesso, non si scelgono con la stessa intenzione. Capitano, nel posto giusto o sbagliato, nel momento giusto o sbagliato. E quelle che capitano senza essere cercate – quelle che incontri per caso in un treno, in un lavoro non pianificato, in un posto dove non avresti dovuto essere – sono spesso le più significative in retrospettiva.
Ernest Hemingway è stato uno scrittore americano, Premio Nobel per la Letteratura nel 1954, autore di Il vecchio e il mare, Addio alle armi, Fiesta, Per chi suona la campana e di molte altre opere che hanno definito uno stile di scrittura radicalmente nuovo nel Novecento: lo stile dell’iceberg, dove quello che non si dice conta quanto quello che si dice. Ha vissuto davvero più vite in una: giornalista di guerra, corrispondente, cacciatore in Africa, pescatore nei mari del mondo, espatriato a Parigi e a Cuba.
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