“Camminiamo sull’inferno guardando i fiori”, mantieni questa abitudine: l’haiku spiegato da Giovanni Allevi

C’è un momento, nella vita di Giovanni Allevi, in cui la malattia arriva e cambia tutto. La diagnosi di mieloma multiplo nel 2022 lo ha fermato dai palcoscenici e lo ha messo di fronte a qualcosa di molto più grande della musica. In quel contesto di attraversamento, Allevi ha parlato di un haiku giapponese del poeta Issa Kobayashi che è diventato per lui una guida concreto. Non una consolazione astratta, ma un modo preciso di stare in quello che stava vivendo. Vale la pena capirne il significato e portarselo dietro.

haiku spiegato da Giovanni Allevi

La consapevolezza viene prima della felicità

“Penso che la consapevolezza sia più importante della felicità. Essere consapevoli, rendersi conto dell’infinito che è dentro e intorno a noi, della bellezza che certe volte non siamo in grado di riconoscere.”

Giovanni Allevi fa una scelta precisa e controcorrente: non la felicità come obiettivo principale, ma la consapevolezza. La felicità come stato continuo e garantito è un’illusione, e inseguirla come tale produce frustrazione continua. La consapevolezza, invece – il rendersi conto di quello che c’è realmente, anche nelle cose piccole, anche nell’infinito che non si vede subito – è qualcosa di più solido e di più davvero raggiungibile.

L’haiku di Issa Kobayashi

“Ascolta: noi camminiamo sull’inferno guardando i fiori.”

Questa frase fu scritta nel Giappone del XVIII secolo, ma la sua precisione è fuori dal tempo. L’inferno non è una metafora lontana: è la parte difficile della vita che sta sempre lì sotto, sempre potenzialmente presente. La dipendenza, la depressione, il panico, la malattia, la perdita, sono a un passo.

E tuttavia si cammina. E mentre si cammina, ci sono i fiori. I doni continui della vita che esistono contemporaneamente all’inferno.

L’inferno non è lontano

“A tutti quanti capita di fare esperienza dell’inferno, la vita può trasformarsi in un inferno popolato da mille difficoltà. È un attimo a cadere nel baratro del panico, dell’ansia, dell’inferno.”

Allevi non sta parlando per metafora letteraria, sta parlando dall’interno di quello che ha attraversato e sta attraversando. E dice qualcosa di molto importante, qualcosa che è facile dimenticare finché le cose vanno: l’inferno non è un’eccezione riservata a chi è particolarmente sfortunato. È un’esperienza umana universale, che a tutti arriva prima o poi in qualche forma: più o meno intensa, più o meno lunga, più o meno visibile agli altri. Non conoscerla ancora non significa che non arriverà.

L’attitudine ai fiori

“Dobbiamo mantenere l’attitudine a guardare i fiori, cioè i doni che continuamente la vita ci offre. Se invece siamo risucchiati dal gorgo dell’inferno non siamo più in grado di osservare e di vedere.”

L’attitudine: quella parola è molto importante e vale la pena fermarcisi. Non la capacità automatica di essere felici nonostante tutto; quella non è una capacità, è una fortuna o una negazione della realtà. Non l’ottimismo come rifiuto di vedere ciò che fa male. L’attitudine: un orientamento che si può allenare, una pratica quotidiana che si può coltivare consapevolmente anche nei momenti in cui l’inferno è più vicino. Guardare i fiori mentre si cammina sull’inferno non è ingenuità o superficialità, ma un atto preciso di resistenza consapevole alla forza di gravità del dolore.

Come si coltiva questa attitudine

Non serve fare niente di straordinario o di impegnativo. Serve notare con intenzione, con una piccola quantità di attenzione consapevole. Una cosa bella in questa giornata specifica, anche piccola, anche ordinaria, anche banale. Non come esercizio di positività forzata che nega il dolore: come atto di presenza nella realtà completa, in cui il dolore c’è e i fiori ci sono allo stesso tempo. I fiori ci sono sempre, anche quando l’inferno è vicino o dentro. La questione – l’unica questione, in fondo – è dove si tiene lo sguardo.

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