Come stai vivendo questo periodo? Stai guardando il futuro con speranza e con una certa apertura, o ti sembra lontano, incerto, quasi irraggiungibile? Quando è stata l’ultima volta che ti sei fermato a guardare un tramonto, o un’alba, senza fretta? Quando hai smesso di trattare i giorni come cose che passano e hai iniziato a viverli come qualcosa che conta? Giovanni Allevi non parla del tempo da una cattedra distante. Parla da dentro una storia personale difficile e pubblica: ha raccontato apertamente la sua battaglia contro un mieloma multiplo, una malattia del sangue, con una dignità e una lucidità che hanno commosso milioni di persone. E in quella battaglia ha imparato a guardare il tempo in modo diverso. Non come filosofo di professione. Come qualcuno che ha imparato con urgenza a non darlo più per scontato.

Il domani è un presente allargato
“Il domani è un presente allargato dove ogni alba è una promessa e ogni tramonto è un arrivederci.”
È una frase che, se la lasci entrare davvero, cambia il modo in cui si guarda al tempo. Non il futuro come qualcosa di distante e astratto, non il passato come qualcosa di irreversibilmente finito. Il domani come una continuazione del presente: allargato, espanso, ma presente. Come se il tempo fosse una cosa fluida invece di una linea spezzata in ieri, oggi e domani.
Ogni alba è una promessa
Un’alba è un inizio, ma non in senso banale. È la promessa che il giorno porterà qualcosa, che il tempo che stai per vivere conta, che c’è ancora qualcosa da fare, da vedere, da sentire. Chi ha attraversato periodi in cui l’alba sembrava una cosa neutra – uno dei tanti mattini uguali – sa che non lo è. L’alba ha un peso specifico quando la vita ti ha insegnato a non darla per scontata.
Giovanni Allevi conosce bene quella differenza, non come concetto, ma come esperienza vissuta. Durante la malattia e il trattamento, ha continuato a suonare, a comporre, a cercare la musica anche nei momenti più duri e più spaventosi. Non per coraggio performativo, ma perché suonare era il modo con cui restava vivo, non solo biologicamente.
Per chi vive vicino alla propria fragilità e alla propria mortalità, l’alba non è più un fatto meteorologico neutro. Diventa qualcosa di preciso: un’altra mattina. Un altro giorno possibile. Una promessa che il tempo prosegue e che c’è ancora qualcosa da fare, da ascoltare, da creare. Un giorno in più, nel senso più concreto e più importante che possa avere quella frase.
Ogni tramonto è un arrivederci
Non un addio: un arrivederci. La distinzione è enorme e Giovanni Allevi la sceglie con cura. Un addio è definitivo: chiude qualcosa senza riserva, senza possibilità di ritorno. Un arrivederci dice qualcosa di completamente diverso: ci rivediamo. Dice che c’è un domani. Dice che il tramonto non è la fine di tutto, è solo la fine di questo giorno specifico. E il giorno che finisce lascia spazio a qualcosa che tornerà.
Allevi usa “arrivederci” anche come gesto concreto di rispetto verso il tempo che passa. Ogni tramonto merita di essere riconosciuto, salutato, vissuto anche solo per un secondo, non ignorato mentre si scrolla un feed o si risponde a messaggi. Quella piccola interruzione di presenza vale.
Fermati un momento oggi
Stasera, quando il sole scenderà – anche solo per trenta secondi, anche dal finestrino di un autobus o da una finestra del lavoro – fermati a guardarlo. Non come cosa romantica da fotografare e postare. Come esercizio concreto di presenza. Riconosci quel tramonto. Digli arrivederci, nel senso di Giovanni Allevi, nel senso di “ci rivediamo domani.”
E domani mattina, quando l’alba arriverà – anche se non la vedi perché sei già in corsa – ricorda che è una promessa. Una di quelle che non si possono dare per scontate. Tua.
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