Lascia cadere ciò che deve cadere, se lo trattieni ti trascinerà con sé: una frase di Jung a 65 anni dalla sua morte

Il 5 giugno 1961 – sessantacinque anni fa – Carl Gustav Jung moriva a Küsnacht, sul lago di Zurigo, a ottantasei anni. Aveva dedicato tutta la vita a capire cosa succede nell’inconscio umano: cosa ci muove senza che ce ne accorgiamo, cosa proiettiamo sugli altri senza vederlo in noi stessi, cosa teniamo aggrappato dentro quando sarebbe molto meglio lasciar andare. Fondatore della psicologia analitica, autore di opere fondamentali sull’inconscio collettivo, sugli archetipi e sui sogni, Jung è rimasto uno degli osservatori più profondi dell’anima umana che la storia abbia prodotto. E questa frase che ha lasciato – breve, diretta, quasi senza retorica – è forse la più pratica e la più urgente di tutte quelle che ha scritto. Vale la pena leggerla oggi, nel giorno del suo anniversario, e portarla dentro la giornata.

frase di Jung

Lascia cadere ciò che deve cadere

“Lasciate cadere ciò che deve cadere; se lo trattenete, vi trascinerà con sé.”

È una frase breve, quasi brutale nella sua semplicità. Non dice “è difficile” o “ci vorrà tempo”. Dice: lascialo cadere. E poi aggiunge la conseguenza del non farlo: ti trascinerà con sé. Non metaforicamente: davvero. Tutto quello che teniamo aggrappato con forza quando è già finito – una relazione, un’identità, un modo di essere, una versione di noi stessi che non esiste più – pesa. E col tempo, pesa sempre di più.

Cosa “deve” cadere

La parola chiave è “deve”, e merita attenzione. Jung non sta dicendo di lasciar cadere tutto, di smettere di tenere a qualcosa, di diventare indifferenti a tutto nel nome di una presunta liberazione. Sta dicendo qualcosa di molto più specifico: lascia cadere quello che deve cadere. Quello che il tempo, la vita, la realtà hanno già segnato come finito, anche se tu non vuoi vederlo ancora.

C’è qualcosa, in ciascuno di noi, che già sa quando qualcosa ha fatto il suo tempo. Una relazione che è terminata, ma che si continua a trascinare nella speranza che cambi. Un lavoro che non rispecchia più chi si è diventati. Una versione di se stessi costruita anni fa che non funziona più. Un dolore che si porta come identità personale invece di elaborarlo davvero. Quella sensazione esiste, e spesso la ignoriamo, non perché non la sentiamo, ma perché fa paura quello che c’è dopo.

Ma ignorarla non ferma il processo: lo ritarda soltanto. E nel ritardo, il costo aumenta.

Il pericolo del trattenere

Jung sapeva con una precisione clinica concreta, maturata in decenni di lavoro con pazienti e di esplorazione del proprio inconscio, cosa succede a chi trattiene quello che dovrebbe lasciare andare. L’energia psicologica necessaria per tenere in vita qualcosa che è già morto – per mantenere attiva una relazione finita, per sostenere un’identità superata, per portare un dolore non elaborato – non è energia neutra. È energia sottratta a tutto il resto della vita: alle relazioni presenti, alla creatività, alla salute fisica e mentale.

Non è un bilancio che si può tenere in equilibrio in modo indefinito nel tempo. Prima o poi, qualcosa cede.

Cosa stai trattenendo tu?

Non è una domanda retorica da passare veloce. C’è qualcosa nella tua vita – una situazione, una relazione, un modo di vedere te stesso, un rimpianto che porti da troppo tempo – che senti già, in qualche parte di te, che dovrebbe cadere? Che è già finito ma che non hai ancora lasciato andare?

Se la risposta è sì, Jung ti sta dicendo la cosa più gentile e più difficile possibile allo stesso tempo: lascialo andare. Prima che diventi davvero tuo il peso di tenerlo in piedi. Prima che ti trascini con sé.

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