Sveglia, lavoro, pranzo veloce, ancora lavoro, spesa, cena, Netflix, letto. E poi di nuovo dall’inizio, domani mattina. Se ti suona familiare – se mentre leggevi quella sequenza hai pensato “questo sono io” – allora Charles Bukowski ha qualcosa da dirti. Non è confortante. Ma è vero. Bukowski non ha mai avuto il dono della consolazione facile. Non ti dice che andrà bene, non ti dice che hai solo bisogno di credere un po’ di più in te stesso. Ha avuto invece il dono ben più raro di dire le cose come stanno, anche quando fa male sentirle.

Lavorare otto ore al giorno e non amare la vita
“La maggior parte degli uomini lavora otto ore al giorno almeno cinque giorni la settimana. E neanche loro amano la vita.”
Bukowski non ti sta giudicando, ti sta descrivendo con la precisione di chi quella vita l’ha vissuta in prima persona, non da osservatore distante. Quella frase non è un’accusa morale di nessun tipo: è un’osservazione brutalmente onesta su un sistema economico e sociale che occupa il tempo delle persone in modo talmente completo che non resta quasi niente per vivere davvero. Non per colpa di nessuno in particolare: per struttura.
Perché lavori otto ore non puoi amare la vita
“Non c’è ragione per uno che lavora otto ore al giorno di amare la vita, perché è uno sconfitto. Si dorme otto ore, si lavora otto ore, si va avanti e indietro tra casa e ufficio, si sbrigano tutte le piccole cose urgenti che si hanno da fare.”
Sconfitto: parola molto dura. Ma Bukowski non la usa come insulto personale: la usa come diagnosi di una condizione. Chi passa tutto il tempo in quel modo – eseguendo, seguendo la routine, andando avanti e indietro – non ha scelto attivamente la vita: gli è capitata addosso. Ha eseguito. E l’esecuzione non è vita, anche quando è necessaria, anche quando paga le bollette e porta rispettabilità.
Un’ora e mezza al giorno
“Come si può amare la vita se si vive soltanto un’ora e mezzo al giorno e si buttano via tutte le altre ore? E questo è quello che ho fatto per tutta la vita. E non l’ho amato. Credo che chiunque lo ami sia un grande idiota.”
Un’ora e mezza. È quello che resta – se va bene e se si è fortunati – di tempo davvero tuo in una giornata standard di vita moderna. Tutto il resto è dormire, eseguire, spostarsi, sbrigare le cose necessarie.
Bukowski non sta dicendo di smettere di lavorare: sa benissimo che non è possibile per la maggior parte delle persone. Sta dicendo qualcosa di più preciso e più difficile: di smettere di fingere che quella vita sia piena. Di riconoscere onestamente cosa si sta vivendo. E di cominciare a chiedersi cosa si può fare con quell’ora e mezza che si ha davvero.
La domanda che fa male
Non è una domanda retorica, è la domanda che vale la pena portarsi dietro oggi, dopo aver letto Bukowski. Cosa fai con il tempo che è davvero tuo? Quella famosa ora e mezza che resta? La passi anche quella a guardare qualcosa in modo passivo, a scorrere uno schermo senza scegliere niente, a riprenderti dallo stress del lavoro in modo da essere pronto per il giorno dopo?
O fai qualcosa che ti fa sentire vivo, una cosa qualsiasi, piccola o grande, che sia tua? Che sceglie te e tu scegli lei?
Bukowski non ti dà risposte. Non ti dice cosa fare con quella ora e mezza. Ti lascia con la domanda. E quella domanda, se la lasci lavorare, è già abbastanza scomoda da diventare utile.
Charles Bukowski è stato uno scrittore americano di origini tedesche, autore di Factotum, Post Office e Donne. Ha vissuto ogni tipo di lavoro umile prima di riuscire a campare di scrittura, ed è stato uno degli scrittori più rudi, più scomodi e più onesti del Novecento americano.
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