Charles Bukowski non aveva molto rispetto per la prudenza, e lo dimostrava in ogni aspetto della sua vita. Aveva trascorso decenni a bere, scrivere, perdere lavori, ricominciare da capo, amare donne difficili, essere rifiutato da centinaia di editori prima che qualcuno lo pubblicasse davvero. Quando arrivò il riconoscimento – tardi, a cinquant’anni passati – non ne era sorpreso e non ci si compiacque in modo eccessivo. Aveva scelto di vivere in modo che non lasciasse alternative: o quello, o niente. E quella scelta era già la risposta a tutto.

Trova ciò che ami
“Trova ciò che ami e lascia che ti uccida.”
Poche parole, nessuna superflua. Non c’è spiegazione aggiuntiva, non c’è attenuante, non c’è via di mezzo diplomatica. La passione come qualcosa che consuma davvero, non che scalda confortevolmente a distanza sicura, non che nutre in modo sostenibile e bilanciato. Che uccide, nel senso molto preciso che non lascia spazio a nient’altro, che richiede tutto quello che hai e un po’ di più.
Cosa intende con “uccidere”
Bukowski non stava consigliando il suicidio o la distruzione. Stava descrivendo quello che succede quando trovi davvero la cosa che ti appartiene, quando non puoi ignorarla, quando torna sempre, quando tutto il resto smette di avere lo stesso peso. In quel senso “ti uccide” la versione di te che stava facendo altro, che stava riempiendo il tempo con cose meno vere.
Chi scrive davvero sa di cosa parla Bukowski. Chi suona davvero, chi danza, chi costruisce qualcosa in cui si riconosce fino in fondo, sa che quella cosa è esigente, che non si accontenta del tempo libero, che vuole più di quanto sia comodo e sostenibile dare. E che dare tutto non esaurisce la riserva: la riempie.
La differenza tra hobby e passione
Non ogni cosa che ci piace è quello di cui parla Bukowski, e questa distinzione è fondamentale. C’è una differenza enorme tra quello che ti piace fare e quello che non puoi non fare. Il primo ti lascia scegliere: puoi farlo o non farlo, dipende dall’umore, dalle circostanze, dall’energia del giorno. Non farlo non ti pesa davvero. Il secondo no. Ti torna in mente anche quando hai altro da fare. Ti aspetta. Ti disturba se lo trascuri troppo a lungo.
La psicologia parla di “flow”, lo stato di flusso descritto da Mihaly Csikszentmihalyi in cui ci si immerge in un’attività dimenticando completamente il tempo, perdendo la percezione di sé come separata da quello che si fa. Bukowski non usava questo vocabolario accademico, ma descriveva esattamente quella condizione da dentro: quando trovi quella cosa, non sei più tu che la fai con distacco: sei in essa, ti confonde con lei.
Perché è radicale
Perché va contro tutta la cultura del bilanciamento: work-life balance, sostenibilità, moderazione in tutto. Dice il contrario: datti tutto. Non in modo autodistruttivo e cieco, ma nel senso profondo di non risparmiarti quando hai trovato qualcosa che vale davvero. La versione annacquata della passione – quella che si coltiva nel tempo libero, che non disturba le abitudini, che non costa niente di importante – non è passione. È passatempo. È qualcosa che riempie le ore senza riempire te.
Bukowski come esempio
Bukowski non parlava in astratto. Aveva scritto migliaia di poesie e racconti prima che qualcuno li pubblicasse, rifiutato centinaia di volte. Lavorava di notte nelle poste di Los Angeles per pagare l’affitto, scriveva di giorno, beveva quando non faceva niente di tutto questo. Aveva scelto la scrittura sapendo benissimo che probabilmente non ne sarebbe venuto niente. L’aveva scelta lo stesso, non come sacrificio, non come scommessa calcolata. Come unica cosa che aveva senso fare.
Quella scelta è quello che intende con “lascia che ti uccida”. Non che devi distruggerti per l’arte. Che devi scegliere quella cosa anche quando la scelta ha un costo, anche quando significa rinunciare ad altro, anche quando non sai se ne varrà la pena. La passione autentica non aspetta garanzie.
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