Viviamo in un’epoca in cui è più facile che mai seguire la folla. I trend, le opinioni dominanti, le scelte che “si fanno”, i percorsi che “convengono”. I social amplificano questo meccanismo in modo potente: mostrano costantemente cosa fanno gli altri, cosa pensano, cosa acquistano, dove vanno. E c’è qualcosa di profondamente rassicurante nel muoversi insieme agli altri: meno rischio, meno responsabilità, meno solitudine da gestire da soli. Charles Bukowski – poeta, scrittore e personaggio scomodo della letteratura americana – aveva su questo una posizione netta e senza sfumature.

La folla si sbaglia sempre
“Ovunque vada la folla tu corri dall’altra direzione. Loro si sbagliano sempre.”
Due frasi brevissime. Nessun argomento. Nessuna spiegazione elaborata. Solo un imperativo e una certezza assoluta. La folla si sbaglia sempre. Non spesso, non di solito. Sempre. È un’iperbole, naturalmente. Ma è anche qualcosa di più preciso: un’osservazione sulla meccanica del pensiero collettivo, sul modo in cui la massa tende ad amplificare gli errori invece di correggerli.
Perché la folla si sbaglia
La psicologia sociale ha un nome per questo: pensiero di gruppo. Quando le persone si muovono insieme, la conformità prevale sulla riflessione individuale. Si adottano le opinioni del gruppo non perché siano verificate, ma perché è socialmente costoso dissentire. Si fanno scelte non perché siano giuste, ma perché tutti intorno le stanno facendo.
Bukowski non aveva letto le ricerche di Solomon Asch sui conformismi o gli studi di Stanley Milgram sull’obbedienza, ma aveva osservato gli esseri umani per decenni, con quella attenzione feroce che aveva, e aveva capito lo stesso. Chi segue la folla delega il proprio giudizio. Chi corre nell’altra direzione se lo riprende.
Questa non è psicologia da manuale: è l’osservazione di qualcuno che la folla l’ha vista da vicino e ha scelto di non farne parte. Non per snobismo intellettuale, Bukowski non aveva niente di snob, viveva nei bar e nelle camere d’affitto dei quartieri poveri di Los Angeles. Ma perché aveva imparato, a sue spese e con molta fatica, che seguire gli altri portava sempre nella direzione sbagliata per lui. E che la direzione giusta – quella sua, scomoda, anticonvenzionale – era l’unica che valesse la pena percorrere.
Il costo di correre in direzione opposta
Non è romanticamente facile come suona, e Bukowski non lo prometteva. Correre nella direzione opposta alla folla significa essere guardato strano. Significa sentirsi spiegare perché si sta sbagliando. Significa stare solo, almeno per un po’, in quella direzione diversa. Bukowski sapeva benissimo cosa significa; la sua vita letteraria fu per decenni ignorata, rifiutata, derisa da chi seguiva canoni letterari più rispettabili.
E lui continuò imperterrito a scrivere come scriveva. Brutti lavori, alcolismo, marginalità sociale, non come romanticismo, ma come realtà concreta. E alla fine il suo stile asciutto, diretto, anticonformista è diventato uno dei più imitati della letteratura americana del Novecento.
Cosa significa davvero questa frase
La frase non è un invito a fare il contrario di tutti solo per farlo, che sarebbe un altro modo di dipendere dalla folla. È un invito a pensare da soli. A non accettare automaticamente le opinioni, i comportamenti, le scelte che circolano intorno solo perché circolano. A chiedersi: questa è la mia opinione, o è quella della folla che ho dentro?
La folla nel quotidiano
Non si tratta solo di grandi scelte esistenziali. La folla di Bukowski è quella di ogni giorno: le opinioni su cosa sia una vita di successo, cosa sia giusto fare a una certa età, cosa sia normale volere. La folla che dice che bisogna avere una casa a trent’anni, che bisogna avere un lavoro stabile, che bisogna comportarsi in certi modi in certi contesti.
Non tutte queste cose sono sbagliate. Ma alcune lo sono per te, e la folla non può saperlo, perché non sa chi sei. Solo tu lo sai. E correre nell’altra direzione significa avere il coraggio di saperlo e di agire di conseguenza, anche quando nessuno intorno capisce.
Chi era Bukowski
Charles Bukowski nacque ad Andernach in Germania nel 1920, figlio di un militare americano, e crebbe a Los Angeles in una famiglia difficile. Passò anni a fare i lavori più umili – postino, operaio, magazziniere – mentre scriveva di notte nei monolocali squallidi di Los Angeles. Pubblicò il suo primo romanzo Factotum a quarantanove anni. Morì nel 1994, lasciando una produzione sconfinata di poesie, racconti e romanzi che parlano di birra, donne, corsa di cavalli e della vita ai margini con una precisione stilistica e una voce unica che molti critici, per anni, preferivano non ammettere.
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