Morelli alle donne: “sei una cretina se sei sempre sensibile”, il gelo è un farmaco che ti libera e crea distacco

Raffaele Morelli – psichiatra, scrittore e direttore dell’Istituto Riza – non usa il linguaggio morbido della self-care né le formule confortanti della psicologia positiva. Usa parole dirette, a volte volutamente provocatorie e scomode, come se la provocazione fosse il solo modo per farsi ascoltare davvero. Questa è una delle sue frasi più scomode, e probabilmente delle più utili per chi la legge senza difendersi.

Morelli alle donne

Le donne devono incontrare il gelo

“Le donne devono incontrare il gelo che abita dentro di loro, perché il gelo è un farmaco per il cervello, ti crea il distacco.”

Il “gelo” di Morelli non è la freddezza emotiva nel senso negativo e patologico del termine. Non è l’anestesia totale, non è il cinismo di chi non sente più niente, non è la chiusura difensiva agli altri. È qualcosa di molto più preciso e utile: la capacità di creare una distanza temporanea dall’emozione che sta accadendo, abbastanza da non esserne completamente sopraffatti in quel momento, abbastanza da poter scegliere come rispondere invece di reagire in automatico.

“Sei una cretina se sei sempre sensibile”

Questa frase sembra un attacco frontale alla sensibilità, e invece è una sua difesa paradossale. Morelli sta dicendo: la sensibilità costante e ininterrotta, l’essere sempre emozionata, sempre in balia di quello che senti momento per momento, non è un dono. È una prigione emotiva. Perché ti toglie la capacità di scegliere come rispondere. Ogni emozione che arriva ti travolge completamente, e non hai strumenti per navigarla con consapevolezza: solo per subirla passivamente.

“Quante cazzate hai fatto nella tua vita perché non conoscevi il gelo?”

È la domanda che segue, e che ognuno può rispondere privatamente, senza che nessuno ascolti. Le decisioni prese nel pieno dell’emozione senza quella pausa di distacco. Le parole dette senza quel mezzo secondo di gelo che le avrebbe trattenute. Le scelte fatte perché qualcosa bruciava troppo e non si riusciva ad aspettare.

Il gelo come libertà

“Allora sei libero. Allora accade il miracolo della parola ‘adesso’.”

Il distacco – quel momento di gelo interiore che rallenta la reazione automatica prima che si trasformi in comportamento – non è assenza di sentimento. È la condizione per sentire con più precisione e più onestà. È lo spazio in cui puoi scegliere come rispondere, invece di essere scelto dalla tua reazione.

Invece di chiedersi “perché provo questa paura?” o “cosa c’è di sbagliato in me?”, Morelli suggerisce qualcosa di più semplice e di più immediato: accoglila senza la causa. “C’è paura? Ok, accolgo la paura, ma senza la causa.” Non ci si chiede da dove viene, si registra che c’è, e si lascia che stia senza doverla spiegare o risolvere subito.

Non cercare immediatamente la spiegazione razionale di quello che senti, quella può venire dopo, e spesso non serve tanto quanto si pensa. Prima: senti, crea quel millimetro di distacco, stai nel presente di quello che è adesso.

I disagi che preparano il te che verrà

“I disagi nascono per preparare il te che verrà.”

Questa frase finale rovescia completamente il modo consueto in cui si guarda alla sofferenza emotiva. Non come qualcosa da eliminare al più presto con il farmaco giusto o la tecnica giusta, non come un errore del sistema da correggere immediatamente. Come preparazione. Come il periodo necessariamente scomodo che precede una trasformazione, necessario proprio perché non si può attraversarlo comodamente, necessario perché spinge verso qualcosa di nuovo che ancora non si vede.

La psicologia dello sviluppo chiama questi momenti “periodi critici” o “crisi di crescita”. Non crisi come catastrofe: crisi come punto di svolta, come biforcazione. Il disagio che senti adesso non è il problema: è il segnale che stai cambiando. Se riesci a starci dentro con quel gelo di distacco di cui parla Morelli – senza cercare immediatamente la spiegazione, senza giudicarti per quello che senti – il disagio fa il suo lavoro. E il te che verrà emerge dall’altra parte.

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