Sai che stai invecchiando quando vai incontro a un’altra persona e fingi di riconoscerla: una frase di M. Mazzantini

Margaret Mazzantini  ha detto questa frase con la leggerezza di chi sa prendersi in giro. Non con disperazione, non con nostalgia, ma con quell’ironia affettuosa che si riserva alle cose che non si possono cambiare e che tanto vale imparare a guardare con umorismo. Ma dentro quella leggerezza c’è qualcosa di molto più preciso di una semplice battuta sull’età. C’è un’intera fenomenologia dell’invecchiamento compressa in un unico gesto quotidiano.

frase di M. Mazzantini

Questo significa invecchiare

“Questo significa invecchiare, ragazzi, andare incontro a un’altra persona e far finta di riconoscerla.”

Prima cosa da notare: si rivolge ai “ragazzi”, quindi la sta dicendo a qualcuno di più giovane, o a se stessa di qualche anno prima, o a chiunque non ci sia ancora arrivato e pensi che invecchiare significhi solo qualcosa di solenne. C’è nel tono qualcosa di complice, quasi didattico, ma condito di ironia totale. Come a dire: credete che il grande dramma dell’invecchiamento siano le rughe? No. È questo. “Ecco cosa vi aspetta davvero.”.

La fenomenologia dell’incontro finto

La scena è precisa e universale: incontri qualcuno per strada, o a una cena, o in un posto che non ti aspettavi. Capisci in meno di un secondo che dovresti sapere chi è – qualcosa nel modo in cui ti sorride o ti si avvicina lo dice chiaramente – ma non ricordi. Il nome è sparito. Il contesto non si ricompone. Il tuo cervello fa in mezza secondo una scelta: mi fermo, confesso di non ricordare? Oppure mi avvicino con la faccia giusta, annuisco, dico qualcosa di neutro, sperando che qualcosa nel corso della conversazione mi aiuti a ricostruire?

La maggior parte delle persone sceglie la seconda strada. Non è disonestà: è protezione reciproca. Proteggi l’altro dall’imbarazzo di non essere ricordato da qualcuno che dovrebbe farlo. Ti proteggi dall’imbarazzo di confessare la lacuna. È un piccolo teatro sociale quotidiano che si esegue con una naturalezza che, a un certo punto dell’età adulta, diventa quasi automatica.

Cosa dice davvero sull’invecchiamento

Quello che Margaret Mazzantini coglie con questa frase è che invecchiare non è solo perdere forza fisica o capelli, quelle sono le cose più visibili, ma non le più significative. È cambiare il rapporto con la memoria e quindi, di conseguenza, con le persone. La memoria è il luogo in cui teniamo le relazioni, i volti, i nomi, i contesti. Quando comincia a cedere nei bordi, quando diventa meno precisa e meno affidabile, la prima cosa che si sente nella vita quotidiana è questa: incontri qualcuno e devi recitare per un momento, per guadagnare tempo, per aspettare che il contesto ti aiuti.

C’è qualcosa di malinconico e di buffo insieme in questa descrizione, e Margaret Mazzantini lo sa benissimo. Non è una tragedia, non lo vuole essere. È la vita che continua, con le sue sgranature inevitabili e a volte persino simpatiche.

L’autoironia come strategia

Forse la cosa più interessante di questa frase è proprio il tono. Non c’è rimpianto, non c’è dramma dell’età, non c’è la solennità di chi sta descrivendo una perdita. C’è autoironia, quella capacità di guardare i propri limiti con distanza affettuosa invece che con angoscia.

La psicologia chiama questo “umorismo affiliativo”: la capacità di ridere di se stessi che rafforza le relazioni invece di indebolirle, e che funziona come strategia di coping di fronte alle difficoltà inevitabili della vita. Margaret Mazzantini la esercita naturalmente: prende un momento imbarazzante e lo trasforma in qualcosa di condivisibile, di universale, quasi di divertente.

Chi riesce a ridere di se stesso che finge di riconoscere qualcuno – che racconta quella piccola recita con ironia invece di vergognarsi – non ha perso niente di essenziale. Ha aggiunto qualcosa di prezioso – un nuovo tipo di umiltà concreta, una leggerezza nuova – al proprio modo di stare nel mondo. E quella leggerezza, con l’età che avanza, vale quanto qualsiasi altra cosa.

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