12 maggio 1995, muore Mia Martini: “io sono una voce che ha sempre paura”, la sua frase più commovente

Il 12 maggio 1995, nella sua casa di Cardano al Campo in provincia di Varese, veniva trovata morta Mimì Bertè, conosciuta dal mondo come Mia Martini. Aveva quarantasette anni. Era sola. La causa ufficiale fu un’overdose accidentale. Era una delle voci più grandi che l’Italia avesse mai avuto, e anche una delle più martirizzate dalla malevolenza degli altri.

muore Mia Martini

Mia Martini: una voce che ha avuto sempre paura

“Io sono una voce, che ha sempre paura. Per riuscire a fare i concerti, debbo isolarmi nella musica e concentrarmi tutta sulla mia voce: è lei che poi crea il mio rapporto col pubblico.”

Questa frase non è un’ammissione di debolezza, è una descrizione precisa e quasi tecnica di come funzionava il suo rapporto con la musica e con il palco. La paura non come ostacolo da superare con la forza di volontà, ma come condizione permanente con cui aveva imparato a convivere. E la voce – non la mente, non la determinazione, non il coraggio – come l’unica cosa in grado di portarla dall’altra parte di quella paura, di costruire un ponte vivo con chi ascoltava.

Una storia di talento e persecuzione

Mia Martini ebbe una carriera spezzata in due da una delle storie più buie della musica italiana: la voce infamante, diffusa negli ambienti del jet set e dello spettacolo negli anni Settanta, che portasse sfortuna a chi le stava vicino. Una superstizione crudele – alimentata da persone che avrebbero dovuto supportarla – che le costò il contratto discografico, gli amici, le collaborazioni. Per anni sparì dalle scene, schiacciata da un’accusa che non poteva confutare perché non aveva forma.

Tornò negli anni Ottanta con una forza nuova, più radicata e più consapevole. Vinse Sanremo nel 1989 con Almeno tu nell’universo, una canzone diventata un inno alla resistenza emotiva, all’amore come unico punto fermo in un mondo che cambia e tradisce. Quelle parole – “almeno tu nell’universo” – risuonarono in tutta Italia come un grido e una supplica insieme. Fu come se l’Italia stesse chiedendo scusa senza saperlo, e lei stesse accettando senza dirlo.

Le canzoni, le frasi, l’anima

Con Minuetto esplorò la complicità ambigua tra due persone che si guardano con ironia e desiderio, un gioco sottile di sguardi e di distanze, di vicinanze e silenzi. Con E non finisce mica il cielo affrontò il tema del dolore come qualcosa che non cancella tutto, che lascia comunque cielo sopra – l’idea che il mondo continua anche quando sembra impossibile – una delle sue frasi più citate e più vere. Con La nevicata del ’56 raccontò l’amore come memoria corporea e sensoriale, come cosa che si sente nel freddo e nella pelle prima ancora che nel cuore o nella testa.

Queste canzoni non erano ornamenti, erano il diario di una donna che metteva nella voce tutto quello che non riusciva a tenere nella vita ordinaria. La paura che confessava nella frase principale. Il bisogno profondo di amare e di essere amata in modo pulito e sano. La difficoltà di continuare a credere nell’amore dopo essere stata tradita così a lungo da chi avrebbe dovuto proteggerla. Quella voce portava tutto questo, e lo portava senza spiegarlo, perché la musica non spiega: trasmette.

“È lei che poi crea il mio rapporto col pubblico”

C’è qualcosa di profondamente commovente in questa frase: Mia Martini non parla di sé come di un’artista che domina il palco e il pubblico. Parla di sé come di qualcuno che si consegna alla propria voce, che si fida di lei più di quanto si fidi di se stessa. La voce come entità separata: più coraggiosa, più stabile, più capace di stare di fronte agli altri di quanto lei stessa si senta.

Era una delle voci più straordinarie che la musica italiana abbia mai avuto. Calda e roca, capace di tenere note lunghissime e di spezzarsi nel momento esatto in cui il cuore si stringe. Era una voce che portava il peso di tutto quello che aveva vissuto – il tradimento degli amici, gli anni di silenzio, la difficoltà di essere amata davvero, e proprio per questo arrivava così lontano, così dentro a chi ascoltava.

Trentun anni dopo la sua morte, quella voce è ancora lì. Non invecchia.

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