Franco Battiato – cantautore, regista, pittore, musicista e ricercatore spirituale, una delle figure più singolari e inafferrabili della cultura italiana del Novecento – aveva un modo di dire le cose che non assomigliava a nessun altro. Le sue canzoni mescolavano fisica quantistica e misticismo sufi, filosofia orientale e melodia pop, senza che niente sembrasse fuori posto. E le sue frasi sulla vita avevano la stessa qualità: semplici in superficie, dense e precise dentro. Questa è una di quelle.

Ti sei mai chiesto che funzione hai?
“Ti sei mai chiesto che funzione hai? Non è importante avere una risposta, è sufficiente porsi la domanda. Significa che sei insostituibile.”
La logica di questa frase è controintuitiva, e vale la pena fermarsi a guardarla bene. Di solito si pensa che, per essere insostituibili, bisogni avere risposta: una vocazione precisa e chiara, un talento riconoscibile, un posto definito nel mondo che nessun altro occupa. Battiato rovescia completamente questa logica: non serve la risposta. È sufficiente porsi la domanda. Il fatto stesso che quella domanda ti sia venuta – anche una volta sola, anche in modo confuso – significa qualcosa di fondamentale su di te.
Perché la domanda è già abbastanza
Chi non si fa mai questa domanda – chi va avanti per inerzia per anni, chi vive senza mai fermarsi a chiedersi il senso di quello che fa – non ha ancora toccato quella dimensione di sé che Battiato chiama “funzione”. Non è un giudizio morale sul valore di quella persona: è un’osservazione su dove si trova in quel momento.
La domanda “che funzione ho?” implica già qualcosa di importante: che esista una funzione, che ci sia qualcosa di specifico e irripetibile in te che va trovato o almeno cercato. È una domanda che presuppone la propria risposta positiva, e in quel presupposto c’è già la dignità.
Chi si pone quella domanda – anche senza risposta pronta, anche nell’incertezza totale, anche da dentro il dubbio più profondo e la confusione più completa – sta già abitando la propria unicità in modo attivo. Sta riconoscendo implicitamente che c’è qualcosa di specifico in lui che vale la pena cercare, che vale la pena trovare.
L’insostituibilità secondo Battiato
Battiato aveva una visione del mondo in cui ogni essere aveva un posto preciso, non nel senso sociologico del ruolo sociale assegnato dalla nascita o dalla professione, ma in un senso più profondo, quasi cosmico. Non era misticismo decorativo o retorica: era una convinzione genuina, che attraversa tutta la sua opera, che ogni esistenza portasse qualcosa di specifico che nessun’altra poteva portare nello stesso modo.
In questa visione, l’insostituibilità non è un merito da guadagnare, è una condizione di partenza. Non si ottiene facendo cose straordinarie o raggiungendo successi misurabili. È già lì, nell’atto stesso di cercarsi, nel fatto di prendere sul serio la propria esistenza almeno abbastanza da farsi quella domanda. Chi cerca già vale, per il semplice fatto che sta cercando.
La domanda come pratica
Se non te la sei ancora fatta – o se te la sei fatta tanto tempo fa e poi l’hai dimenticata sotto gli strati della quotidianità – vale la pena riprenderla oggi. Non per trovare subito una risposta che risolva tutto e sistemi il senso della tua vita in un pomeriggio. Ma perché il solo atto di tornare a quella domanda è già un gesto di rispetto verso se stessi. È permettersi di chiedersi qualcosa di importante, anche senza sapere cosa rispondere. Anche senza aspettarsi una risposta definitiva.
La domanda “che funzione ho?” non richiede di avere una vocazione chiara o un destino già scritto da qualche parte. Richiede solo di smettere per un momento di correre – di fermarsi anche solo qualche minuto – e di chiedersi onestamente: c’è qualcosa di specifico in me che vale la pena portare nel mondo? Quasi certamente la risposta è sì. Ma anche il solo chiedersi, con serietà, è già un inizio concreto.
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