Paolo Crepet ha un talento raro: dire ad alta voce quello che molti pensano ma non osano pronunciare. Nei teatri, in televisione, nei suoi libri, c’è sempre quella qualità di chi ha smesso di filtrarsi. E uno dei suoi bersagli preferiti è proprio quella strana malattia che ci fa chiudere la bocca quando vorremmo spalancarla: l’autocensura. Non quella dei governi o dei regimi, che almeno è visibile e identificabile. Quella silenziosa, invisibile, culturale, che nasce dentro di noi senza che quasi nessuno ce la insegni esplicitamente.

La peggiore forma di censura
“La peggiore forma di censura non è quella degli altri, ma è quella che ti fai: le parole che non ti permetti di dire, le scelte che non ti permetti di fare.”
La struttura della frase è precisa e intenzionale: non “la censura più comune” o “la più frequente”: la peggiore. Quella degli altri, almeno, ha un volto. Puoi identificarla, resisterle, contrastarla quando ce ne accorgi. La censura interna è molto più difficile da combattere perché è già dentro di te: l’hai costruita tu stesso, mattone dopo mattone, l’hai cucita addosso così bene nel tempo che spesso non riesci nemmeno a vedere dove finisce la tua voce autentica e dove comincia il silenzio che ti sei imposto.
L’induzione al nulla
Crepet descrive l’autocensura come qualcosa che “provoca una sorta di induzione al nulla, al non pensiero, alla non libertà.” Se taci per troppo tempo, finisci per non avere più nulla da dire. Non è solo che le parole non escono, è che smettono di formarsi. Il muscolo del pensiero critico e autentico, se non lo usi, si atrofizza. E il silenzio che sembrava prudenza diventa, nel tempo, vuoto.
Sull’autocensura degli altri – quella dei governi, delle istituzioni, delle ideologie esterne – si può ancora sperare che arrivi qualcuno a contrastarla, a nominare il problema. Sull’autocensura interna, no: quella te la sei cucita addosso tu stesso nel tempo, e solo tu puoi smettere di tenerla.
Da dove viene
L’autocensura non nasce dal niente. Viene da anni di messaggi ricevuti – espliciti o impliciti, detti o solo suggeriti – su cosa è sicuro dire e cosa no, su quali scelte sono accettabili e quali no. Viene dalla paura del giudizio altrui, dal desiderio di appartenere a un gruppo, dalla convinzione progressiva che la propria opinione non valga abbastanza da essere espressa.
La psicologia sociale chiama questo “spirale del silenzio”, il meccanismo per cui, quando percepiamo che la nostra opinione è in minoranza, tendiamo a tacere, aumentando così l’impressione che quell’opinione non esista, il che porta altri a tacere a loro volta. Un circolo che si autoalimenta.
Il conformismo come fine
Crepet mette in guardia anche dal momento in cui tutti smettono di indignarsi, tacciono e si adeguano. Arriva un punto in cui “eh, beh, ma tanto il mondo va così” segna l’inizio della fine, non della libertà politica, ma della libertà interiore. Se nessuno alza la voce, se tutti sorridono e nessuno dice quello che pensa, la società intera diventa un salotto educato e morto.
Cosa fare
La risposta di Crepet non è uno slogan, è una pratica quotidiana e silenziosa. Comincia a notare quando ti autocensuri. Non per dire tutto a tutti sempre, quella sarebbe un’altra forma di eccesso. Ma per diventare consapevole del momento preciso in cui scegli il silenzio per paura invece che per saggezza. Quella differenza è fondamentale.
E inizia da una sola domanda: questa cosa che non sto dicendo, non la dico perché non vale la pena dirla, perché il contesto non è giusto, perché rispetto l’altro? Oppure non la dico perché ho paura di come verrà ricevuta, perché temo il giudizio, perché è più facile tacere?
Se riesci a rispondere onestamente a quella domanda, hai già fatto qualcosa. Hai smesso di censurarti inconsapevolmente. Ora sai cosa stai scegliendo, e quella consapevolezza, anche da sola, cambia qualcosa.
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