Ti sei mai chiesto dove finisce l’amore e dove inizia, invece, una comoda forma di deresponsabilizzazione educativa? Paolo Crepet, nelle sue riflessioni sulla fragilità contemporanea dei figli, provoca proprio su questo punto: l’idea che proteggere sempre e comunque possa trasformarsi in un modo elegante per evitare il compito più difficile, quello di educare davvero. Nel tentativo di togliere ogni ostacolo, si rischia di allevare persone perfettamente tutelate e sempre meno attrezzate. Questo percorso nasce da lì: dall’ironia amara di un’educazione che vuole semplificare tutto, tranne le conseguenze di averlo fatto.

Quando l’amore smette di educare
Oggi l’educazione assomiglia sempre più a una trattativa permanente, un continuo negoziare con la realtà come se fosse una controparte troppo severa da ammorbidire. Si evita il “no” come se fosse una parola tossica, si teme il conflitto come fosse un trauma garantito, e così si costruiscono percorsi sempre più imbottiti, sempre più levigati, dove ogni spigolo viene eliminato prima ancora che possa farsi sentire. In questa versione dell’amore moderno, la fatica è diventata sospetta, quasi indecente, e la crescita viene trattata come un inconveniente da evitare più che come un passaggio necessario. Ed è proprio dentro questa educazione “senza attrito” che Paolo Crepet dice ad alta voce ciò che spesso si sussurra con imbarazzo:
“Siete riusciti a rovinare i vostri figli. Spieghi a tuo figlio che può essere il più grande ignorante, quello che non fa niente dalla mattina alla sera e gli dici: ‘non ti preoccupare. Il condono educativo vale anche per te, non devi far niente amore mio…’.”
Colpisce perché non accusa soltanto, ma mette in scena un cortocircuito: quello di un amore che, nel tentativo di essere sempre rassicurante, smette di essere educativo. Un amore che consola così tanto da dimenticare di costruire.
Un mondo sterilizzato dalle conseguenze
Nel nome della protezione, si è finiti per costruire una forma di educazione che somiglia sempre più a una sterilizzazione del reale. Tutto ciò che può graffiare viene eliminato in anticipo. Il figlio non deve mai essere messo davvero alla prova, come se la prova fosse una minaccia e non un passaggio naturale. Così si crea un paradosso curioso: si vuole rendere qualcuno forte impedendogli ogni esperienza che potrebbe renderlo tale.
Eppure, fuori da questo laboratorio protetto, la realtà non firma patti educativi. Che tipo di equilibrio si stia costruendo: uno solido o semplicemente una sospensione artificiale del conflitto? Si parla spesso di “preparare alla vita”, ma si finisce per costruire un ambiente che con la vita reale ha sempre meno punti di contatto, quasi fosse una simulazione permanente in cui nulla ha davvero conseguenze.
La confort zone senza confini
L’idea è evitare qualsiasi urto, così si allunga un’adolescenza senza scadenza, in cui si cresce sull’anagrafe, ma si resta prudenti con la responsabilità. Le giustificazioni diventano la norma: non si agisce perché “non è il momento”, non si insiste perché “non serve forzare”, non si sceglie perché “serve tempo”. Tutto suona ragionevole, quasi intelligente. Peccato che la responsabilità, con una certa ironia, non sparisca mai: si limita a rimandare il suo appuntamento.
Il problema arriva quando questa bolla incontra il mondo reale, che non offre versioni semplificate né attenuanti emotive. Lì conta ciò che si fa, non ciò che si spiega.
Il risultato è prevedibile: molte parole, poca esperienza. E l’ironia è tutta qui- nel tentativo di rendere tutto più morbido, si rischia di rendere l’impatto con la realtà molto più duro.
Il momento del confronto fa paura
A un certo punto, inevitabilmente, le narrazioni che hanno accompagnato la crescita si scontrano con la realtà adulta. Intorno ai 30 o 35 anni, le attenuanti iniziano a perdere credibilità: il lavoro non aspetta, le relazioni non si “rimandano a quando si è pronti”, le responsabilità quotidiane non accettano versioni semplificate.
Basta pensare a un gesto banalissimo: una bolletta dimenticata, una scadenza ignorata, un colloquio affrontato con la speranza che “vada bene comunque”. A vent’anni può sembrare un inciampo, a trentacinque diventa una conseguenza. E lì non c’è più nessuno che sistema, spiega o addolcisce.
Ed è spesso proprio in quel momento – tra un lavoro precario, una relazione che chiede maturità e i primi capelli bianchi che arrivano senza chiedere permesso – che si scopre che non si è pronti al mondo, si è stati solo protetti troppo a lungo da esso.