Il 25 luglio 1927 è morta Matilde Serao, scrittrice e giornalista napoletana, fondatrice del quotidiano Il Mattino, autrice di romanzi e racconti che raccontavano il Sud italiano, le donne della borghesia e del popolo, le strade di Napoli con una precisione e una pietà rare, la prima donna italiana nella storia a fondare e dirigere un quotidiano nazionale. Una figura straordinaria per il suo tempo, capace di tenere insieme la scrittura letteraria e il giornalismo quotidiano con una qualità rara. Tra le tante cose che ha scritto c’è questa frase – breve, secca, priva di qualsiasi ornamento – impossibile da ignorare una volta che la si è letta, e che non parla solo di viaggi fisici.

Partire, andare, lasciare alle spalle
“Bisogna sempre partire subito quando si vuol andar via. Se si ritarda, si resta.”
La meccanica descritta dalla frase è quasi fisica nella sua precisione. Non è moralismo: è osservazione di come funziona la cosa. Il momento in cui si vuole andare via è una finestra. Se si passa attraverso quella finestra, si parte. Se si aspetta, la finestra si chiude, non perché qualcuno l’abbia chiusa, ma perché le circostanze tornano a fare pressione, le abitudini tornano a gravitare, il peso del familiare torna a essere più forte dell’impulso di andare.
La finestra del momento
Ogni decisione di cambiamento ha una sua finestra temporale in cui è praticabile. Non perché diventi impossibile dopo, ma perché dopo richiederebbe un lavoro molto più grande. L’impulso di partire, di cambiare, di andare via ha una forza al suo picco e una forza in decrescita. Rimandare non congela quella forza: la erode.
Chi ha mai rimandato una conversazione difficile che sapeva di dover fare, una partenza che voleva fare, una rottura che era necessaria, sa esattamente di cosa parla Matilde Serao. Ogni giorno di ritardo non è neutro, aggiunge un elemento in più che rende il farlo più complesso. Non perché la ragione originale sia cambiata o sia diventata sbagliata, ma perché le resistenze si sono rafforzate nel frattempo, le abitudini si sono consolidate ulteriormente, e la volontà si è assottigliata sotto il peso del quotidiano.
Il contesto in cui Matilde Serao scriveva era quello di donne che spesso non avevano il lusso di partire, donne intrappolate in situazioni che la società non permetteva di lasciare. La frase ha quella lucidità dolorosa di chi sa che la finestra si chiude e che forse non si riaprirà. Oggi il contesto è diverso, ma il meccanismo è identico.
Non solo viaggi fisici
Matilde Serao stava parlando di un momento storico in cui “andare via” poteva significare lasciare un matrimonio, una famiglia, una città, un ruolo sociale. Ma la frase vale per qualsiasi forma di “andarsene”: da una relazione che non funziona più, da un lavoro che logora, da una situazione che si è capito essere sbagliata.
Il punto non è che si debba sempre partire; non è un invito irresponsabile all’abbandono di tutto. È che se si vuole partire, se quella volontà c’è davvero, il momento è adesso, non quando le condizioni saranno migliori di adesso, non quando gli altri avranno capito, non quando sarà diventato più facile di adesso. Adesso.
Il peso del restare
“Se si ritarda, si resta”, e quella frase sul restare non ha il tono di una condanna morale né di una consolazione facile. È una descrizione di un meccanismo. Restare può essere una scelta giusta, necessaria e persino coraggiosa in molte circostanze. Ma restare perché si è rimandato il partire – perché la finestra si è chiusa senza che si sia avuto il coraggio di attraversarla – è una forma di non-scelta, di lenta capitolazione al familiare, di rinuncia silenziosa a qualcosa che si voleva senza che nessuno abbia deciso niente di preciso.
La differenza tra scegliere consapevolmente di restare e restare perché non si è partiti in tempo è una differenza enorme nella qualità di quello che si porta dentro per gli anni successivi.
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