Non sei quello che ti è successo, sei quello che hai scelto di essere: un aforisma di Jung

Due storie diverse di come le persone si raccontano la propria vita. La prima, la più comune: “Sono così perché mi è successo questo: quella famiglia, quell’esperienza, quel momento che ha segnato tutto.” La seconda, molto più rara e molto più difficile: “Sono così perché ho scelto di essere così.” La differenza tra le due non è nella veridicità: entrambe contengono verità. È nella libertà che lasciano. Carl Gustav Jung aveva scelto consapevolmente la seconda narrazione. E ha costruito su questa scelta una delle psicologie più influenti e più durature del XX secolo.

aforisma di Jung
Swiss psychiatrist Carl Gustav Jung (1875 ? 1961), the founder of analytical psychology, 1960. (Photo by Douglas Glass/Paul Popper/Popperfoto/Getty Images)

Chi siamo davvero?

“Non sono quello che mi è successo, sono quello che ho scelto di essere.”

La frase sembra semplice, e la sua semplicità apparente è la cosa più ingannevole di essa. Contiene una distinzione radicale tra destino e scelta, tra quello che si è subito passivamente e quello che si è costruito attivamente.

Non nega che le cose accadano, che alcune di esse siano devastanti, che le ferite siano reali. Ma dice che la loro influenza definitiva su chi si è dipende da qualcosa che si controlla.

Quello che ti è successo

Le cose che ci capitano – una famiglia difficile, una perdita importante, un fallimento che ha fatto male, una malattia, un abbandono – hanno un peso reale che non si nega e non si cancella con la buona volontà. Formano, plasmano, lasciano tracce che si portano dentro per anni. La psicologia moderna, inclusa quella junghiana che ha fatto del lavoro sull’ombra e sul passato uno dei suoi pilastri, riconosce pienamente questo peso. Non si cancellano le esperienze difficili con la sola forza di volontà.

Ma Jung fa una distinzione molto precisa e molto importante: quello che ti è successo non è quello che sei. È quello che hai ricevuto nella tua storia, non quello che hai deciso di farne.

Su frasicelebri.it abbiamo esplorato questo stesso territorio con la frase di Haruki Murakami sulla tempesta: “Quando esci dalla tempesta non sarai più la stessa persona che vi è entrata”. Jung e Murakami dicono la stessa cosa da angolature diverse: uno dice chi sei lo scegli, l’altro dice che la tempesta ti trasforma comunque. Il punto di incontro è che la trasformazione non è mai solo passiva.

Quello che hai scelto di essere

La scelta di cui parla Jung non è una scelta fatta una volta sola e poi consolidata per sempre. È una scelta che si rinnova: nelle reazioni quotidiane, nel modo in cui si affronta quello che non funziona, in quello che si decide di fare con le ferite invece di fermarsi in esse.

Non si sceglie il proprio passato. Si sceglie cosa farsene. E quella scelta – ripetuta ogni giorno, in modi piccoli e grandi – è quello che alla fine determina chi si è davvero.

Responsabilità senza colpa

C’è una distinzione molto importante da fare, e Jung la conosceva bene per la sua pratica clinica: Jung non sta dicendo che quello che ti è successo di brutto sia colpa tua. Non sta dicendo che le vittime si siano create la propria sofferenza attraverso la propria debolezza o le proprie scelte sbagliate. Sta dicendo qualcosa di molto più preciso e molto più utile: che qualunque cosa sia accaduta, c’è uno spazio – anche piccolo, anche difficile da trovare – in cui si può scegliere la propria risposta a quello che è accaduto. E che è quello spazio specifico a definire chi si diventa nel lungo termine.

Quella distinzione tra colpa e responsabilità è esattamente la differenza tra sentirsi prigionieri del proprio passato senza possibilità di uscita e sentirsi artefici – parziali, imperfetti, ma reali – del proprio futuro.

Carl Gustav Jung è stato uno psicoanalista svizzero, fondatore della psicologia analitica, autore di opere fondamentali sull’inconscio collettivo, sugli archetipi e sul processo di individuazione, allievo poi rivale poi successore spirituale di Freud in termini di influenza, una delle figure più importanti della psicologia del Novecento —

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