Andreoli: “La solitudine è una pace inaccettabile”, vuoi sembrare normale mentre desideri di esistere per qualcuno

Ci sono momenti in cui una persona non cerca davvero la pace: cerca qualcuno. Ma chi? Qualcuno che si accorga di lei, che ascolti quello che non riesce a dire, che le faccia sentire di avere ancora un posto nella vita degli altri. È da qui che parte la riflessione di Vittorino Andreoli sulla solitudine: una condizione che da fuori può sembrare un mare calmo, ma che dentro può trasformarsi in una tempesta. Fin dove può spingersi una persona pur di non sentirsi più sola e avere la certezza di esistere per qualcuno?

La solitudine è una pace inaccettabile

La pace che non fa stare in pace

Hai presente il cosiddetto lupo solitario? Una figura che affascina, certo. Può sembrare forte, indipendente, perfino sereno. Eppure, dentro quella persona vivono sentimenti diversi. È questo il paradosso della frase di Vittorino Andreoli:

“La solitudine è una pace inaccettabile. Una contenzione dei sentimenti per sembrare normali mentre si avverte il desiderio di esplodere, di esistere per qualcuno. E allora si può anche litigare, colpire e colpirsi, pur di non essere soli. Inutile per tutti. Inutile a se stesso.”

Una pace, sì, ma soltanto in apparenza. La solitudine non è sempre il piacere di stare con se stessi. Esiste anche quella solitudine che arriva quando manca qualcuno con cui condividere una paura, una gioia, una giornata qualunque. È la solitudine di chi torna a casa e non ha nessuno a cui raccontare com’è andata; di chi avrebbe bisogno di sentirsi importante per qualcuno, ma non trova il coraggio di dirlo.

Allora può iniziare una strana battaglia interiore che alla fine, volente o nolente, si concluderà con una “vittoria di Pirro”. Da una parte c’è il desiderio di apparire normale, composto, capace di controllare tutto; dall’altra c’è una parte più profonda che chiede soltanto di essere vista. Andreoli parla di una “contenzione dei sentimenti”: trattenere, comprimere, nascondere ciò che si prova per paura di sembrare fragili, diversi o sbagliati.

Ma ciò che viene trattenuto troppo a lungo, prima o poi, cerca una via d’uscita, e non sempre la trova nel modo giusto.

Perché essere visti, a volte, diventa più importante che stare bene?

Secondo Andreoli si può arrivare persino a litigare, colpire e colpirsi, pur di non essere soli. Che significa? A volte una persona può preferire un legame doloroso alla totale assenza di un legame.

Vedi, anche un conflitto può dare la sensazione di esistere, può far sentire meno soli: una discussione significa che qualcuno sta ascoltando; arrabbiarsi significa che qualcosa conta ancora. Perfino una ferita può diventare, nel modo più drammatico possibile, una richiesta di attenzione.

Come dice lo stesso Andreoli, ciò non significa che il dolore o la violenza diventino accettabili. Significa cercare di capire cosa può esserci dietro certi comportamenti perché spesso, prima del gesto sbagliato, c’è un bisogno giusto espresso nel modo peggiore: il bisogno di essere considerati. Una persona può avere amici, familiari, colleghi, centinaia di contatti sul telefono e sentirsi comunque invisibile; può vivere in mezzo agli altri e non sentirsi davvero parte della vita di nessuno.

Per questo certe persone sembrano cercare il conflitto proprio quando avrebbero bisogno di pace. E sai cosa succede? Il dolore rischia di trasformarsi in una prigione.

Non serve esplodere per dimostrare di esistere

Cosa ti ha lasciato questa frase? Inizio io. Credo che il primo passo, in realtà, è paradossalmente molto più semplice e, proprio per questo, molto più difficile: dire la verità. A chi? A se stessi.

Dire “mi sento solo”. Dire “ho bisogno di te”. Dire “non sto bene”. Dire “vorrei che qualcuno si accorgesse di me”. Sono parole che possono sembrare deboli, ma in realtà richiedono un coraggio enorme perché mostrano una parte di sé senza protezioni, senza maschere, senza la sicurezza di sapere come reagirà chi ascolta.

Allora, caro lettore, prima di salutarti, ricorda che la solitudine non va combattuta: va riconosciuta. Perché dietro una persona che si chiude può esserci qualcuno che sta semplicemente aspettando che un’altra persona si fermi, guardi negli occhi e chieda: “Come stai davvero?”. A volte, per salvare una giornata, un rapporto o persino se stessi, non serve una grande soluzione: può bastare una presenza, una telefonata, una porta lasciata aperta per far capire che la vera pace la si trova solo con la giusta compagnia.

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