Ci si preoccupa dei colleghi che sembrano avere qualcosa che non va. Si chiede come stanno agli amici con cui ci si sente ogni tanto. Si presta attenzione a persone che si conoscono poco, ma che nell’incontro sembrano aver bisogno di qualcosa. E poi si torna a casa – dove ci sono le persone che si amano di più, quelle con cui si condivide la vita quotidiana – e ci si siede sul divano a guardare il telefono. O si risponde alle email. O si pensa alle cose da fare domani. Le persone più vicine diventano lo sfondo, la scenografia familiare dentro cui si abita senza davvero guardarla. Vittorino Andreoli ha su questo una frase semplice nella forma e molto scomoda nel contenuto.

Noi e le persone con cui viviamo in casa
“Le persone che stanno con voi in casa hanno bisogno di attenzione, non datela mai per scontata, vanno seguite, ascoltate: questo è rispetto umano.”
La parola chiave è “per scontata”. L’attenzione non va data per scontata: non può essere presupposta dal fatto che si vive insieme, che ci si vede ogni giorno, che si condivide lo spazio. La presenza fisica non è attenzione. Si può essere nella stessa stanza per anni senza davvero vedere chi c’è accanto.
La prossimità come rischio
Chi è vicino in modo costante e quotidiano rischia di diventare progressivamente invisibile, non perché si smetta di volergli bene, non perché l’amore diminuisca, ma perché la vicinanza continuata crea un’abitudine percettiva che riduce la freschezza con cui si guarda.
Si vede il familiare senza guardarlo davvero, perché lo si conosce già, perché il cervello ha già un modello di come è fatto e non ha bisogno di aggiornarlo costantemente. Si sente la voce senza ascoltarla davvero, perché si sa già come parla, come ragiona, come finisce le frasi. La distanza – il non vedersi per un po’ – mantiene l’attenzione alta; la prossimità quotidiana tende progressivamente ad abbassarla fino a renderla quasi automatica.
Penso a quanto spesso ci rendiamo conto dell’importanza di qualcuno solo quando la sua presenza viene minacciata o viene a mancare: dalla malattia improvvisa, dalla partenza prolungata, dalla crisi che rompe la routine. Come se la possibilità concreta della perdita riportasse la percezione alla sua qualità originale, come se togliere la familiarità rendesse di nuovo visibile quello che la familiarità aveva reso invisibile. Andreoli dice qualcosa di molto semplice: non aspettare quel momento.
“Vanno seguite, ascoltate”
Andreoli usa due verbi molto precisi e molto deliberati. “Seguite”, che implica continuità attiva nel tempo, la scelta consapevole di tenere traccia di come stanno le persone che vivono con te, di sapere cosa stanno attraversando, cosa le preoccupa, dove sono emotivamente. Non sapere in astratto: sapere davvero, aggiornato, presente.
“Ascoltate”, che è profondamente diverso dal sentire in modo passivo. Ascoltare richiede di fermarsi, di mettere effettivamente da parte quello che si stava pensando o pianificando, di permettere a quello che l’altro sta dicendo di arrivare davvero, di lasciare che cambi qualcosa in quello che si sa o si pensa.
Queste due cose – seguire e ascoltare — sembrano semplici e richiedono qualcosa di preciso: presenza. Non tempo extra, non grandi gesti straordinari. Presenza autentica, nel momento specifico in cui si è insieme.
“Questo è rispetto umano”
Andreoli non lo chiama amore e non lo chiama cura nel senso generico: lo chiama rispetto umano con una precisione deliberata. La formula è più esigente di quello che sembra nella sua compattezza: non è un surplus emotivo riservato ai momenti di abbondanza energetica, non è un gesto extra per chi ha ancora qualcosa da dare. È la condizione minima necessaria di rispetto verso un’altra persona che sta condividendo la propria vita con te, verso qualcuno che si è scelto di avere vicino.
Vittorino Andreoli è uno psichiatra di lunga esperienza clinica, scrittore, autore di numerosi libri sulla psiche umana, sulla famiglia, sull’adolescenza, sull’invecchiamento e sulla società contemporanea, qualcuno che ha lavorato per decenni con le persone più fragili e che ha sviluppato una comprensione molto precisa di cosa tiene insieme le relazioni e cosa le consuma.
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