Era un giovedì pomeriggio di fine settembre e Corso Matteotti a Sanremo aveva quell’aria sospesa che hanno certe città di mare fuori stagione. I negozi aperti a metà, i tavolini dei bar con poche sedie fuori, la luce che veniva dal mare e rendeva tutto un po’ dorato e un po’ malinconico allo stesso tempo.
Marco, quarantadue anni, grafico freelance, camminava sul corso senza una meta precisa. Aveva appena finito una telefonata con la sua ex – niente di drammatico, una questione pratica, un oggetto da recuperare – ma dopo quella chiamata era rimasto così, con il telefono in tasca e la testa altrove.
Altrove era cinque anni prima. Come sempre, ultimamente.
Davanti a lui, due uomini camminavano lentamente, affiancati. Uno aveva un taccuino sotto il braccio e guardava le vetrine con l’aria di chi le vede e pensa ad altro. L’altro aveva un bastone, camminava con cautela sul selciato, e aveva gli occhi di chi guarda dentro le cose piuttosto che fuori. Parlavano, e Marco – senza volerlo, rallentando il passo – iniziò ad ascoltare.
NOTA: La scena che segue è, naturalmente, frutto della fantasia: abbiamo scelto di ambientarla nel presente per avvicinare i nostri personaggi al lettore e renderli più familiari. Le parole e le idee, però, appartengono a loro: sono i concetti che esprimevano e ciò che, con ogni probabilità, ci direbbero oggi se fossero ancora qui con noi.

Perché continui a pensare al passato e come smettere di viverci dentro?
«Il problema del passato,» stava dicendo Italo Calvino, fermandosi un momento davanti a una libreria, «è che lo trattiamo come se fosse ancora presente. Come se ci vivessimo ancora dentro, invece di esserne usciti.»
«Ma ne siamo davvero usciti?» disse Jorge Luis Borges, con quella voce tranquilla che aveva sempre, come se le domande difficili non costassero niente.
“Il tempo si biforca perpetuamente verso innumerevoli futuri.”
E in ciascuno di quei futuri, il passato è ancora lì, non come ricordo, ma come struttura. Come le fondamenta di una casa. Non le vedi, ma reggono tutto.»
«Belle fondamenta,» disse Calvino, riprendendo a camminare. «Ma se passi il tempo a scendere in cantina a guardarle invece di vivere nei piani di sopra, qualcosa non va.»
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Marco rallentò ancora. Adesso camminava a pochi passi da loro.
«Lei dice che bisogna uscire dal passato» disse Borges. «Ma come si fa, concretamente? Tutto quello che viviamo adesso diventerà passato tra un momento. E quel passato tornerà. Sempre. È nella natura del tempo.»
“Il presente è solo la memoria del futuro.”
«Non sto dicendo che il passato non esiste,» rispose Calvino. «Sto dicendo che esiste nel posto sbagliato, quando lo mettiamo al centro del presente. Puoi ricordare tutto e vivere lo stesso. Il problema è quando smetti di vivere per ricordare.»
“La memoria è il foglio su cui scriviamo la nostra storia, ma non è la storia stessa.”
«E quando succede?», chiese Borges.
«Succede quando hai paura che il presente non valga quanto il passato. Quando il ricordo di qualcosa di bello – o anche di qualcosa di doloroso, perché ci si affeziona anche al dolore – diventa più reale di quello che hai adesso davanti.»
Marco guardò il mare in fondo al corso. Era sempre stato lì, quel mare. Anche cinque anni prima, quando veniva a Sanremo con lei, e camminavano su questo stesso corso, e lui pensava – senza dirlo – che certe cose durano per sempre.
Cinque anni prima aveva una relazione, un appartamento in comune, l’idea vaga ma solida di come sarebbe andata. Poi non era andata così. Non per colpa di nessuno in particolare, o forse sì, ma non aveva più importanza stabilirlo. Quello che aveva importanza era che lui continuava a tornare lì. Non con nostalgia romantica, non con rabbia. Con qualcosa di più sottile e più fastidioso: la sensazione che la versione migliore di sé fosse rimasta indietro, in quegli anni, e che da allora stesse solo raccogliendo i pezzi.
«Il punto,» disse Borges, fermandosi ad aggiustare il bastone, «non è smettere di pensare al passato. È capire cosa ci torna a cercare, ogni volta. “Sono la somma di tutti i momenti che ho vissuto”, non posso separarmene. Ma posso chiedermi: cosa sto cercando lì? Cosa manca qui, nel presente, che continuo ad andare a prendere là?»
Calvino lo guardò con interesse. «Questa è una domanda migliore della mia.»
«Le sue domande sono sempre migliori delle mie risposte,» disse Borges, con una mezza ironia che sembrava anche un complimento.
«Non è vero,» disse Calvino. «Ma la accetto lo stesso.»
Pensate all’ultima volta che avete ritrovato una foto di qualche anno fa. Un viaggio, una persona, una versione di voi stessi che sembrava più leggera, più sicura, più intera. E per un momento avete sentito quella cosa strana – non proprio tristezza, non proprio rimpianto – qualcosa di misto, difficile da nominare.
Calvino avrebbe detto: quella foto è reale, quel momento è esistito, ed è giusto che esista nella memoria. Ma la persona nella foto non è più quella di adesso, e quella di adesso non è peggiore. È semplicemente diversa. Il problema è quando smetti di guardare avanti perché stai fissando quella foto.
Borges avrebbe detto: fermati un secondo prima di voltare pagina. Chiediti cosa ti manca davvero. Quella foto ti manca perché eri felice, o perché in quel momento sapevi chi eri? Perché la risposta cambia tutto quello che fai dopo.
«Il passato» disse Calvino «è come una città che hai amato. Puoi tornarci in visita, ed è giusto farlo, a volte è bellissimo farlo. Ma se ci torni perché nel posto in cui abiti adesso non ti senti a casa, allora il problema non è la città vecchia. È che non hai ancora trovato, o costruito, la nuova.»
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Si erano fermati tutti e tre – senza che nessuno lo avesse deciso – davanti a un bar con qualche tavolino fuori. Il mare si vedeva in fondo, tra i palazzi.
«O che hai paura di farlo» aggiunse Borges.
«O che hai paura di farlo» concordò Calvino. «Perché la città nuova è incerta. Non sai ancora com’è fatta, se ti piacerà, se durerà. Mentre quella vecchia la conosci. Anche se fa male, la conosci.»
Marco si sedette a un tavolino, quasi senza accorgersene. I due uomini continuarono a camminare lentamente, parlando, e lui li seguiva con gli occhi.
Aveva capito una cosa. Non stava pensando al passato perché era stato meglio. Stava pensando al passato perché lì sapeva chi era. Aveva un ruolo, una direzione, qualcuno per cui svegliarsi con un’idea precisa della giornata. Adesso aveva più libertà, e la libertà, quando non sai ancora cosa fartene, può sembrare solitudine.
«Allora,» disse Calvino, «cosa si fa?»
«Si smette di fare una cosa sola» disse Borges. «Si smette di usare il passato come misura del presente. Di dire: quella cosa era bella, quindi questa è meno bella. Quella persona era giusta, quindi questa è sbagliata. Quel momento era pieno, quindi questo è vuoto.» Si fermò, appoggiandosi al bastone. «Il passato è indistruttibile. Ma non è un parametro. È solo quello che è stato. Il presente è quello che è. Sono due cose diverse, e non si misurano tra loro.»
«E se il presente sembra davvero meno?» disse Calvino.
«Allora,» disse Borges, «forse non è il presente il problema. Forse è che non abbiamo ancora finito di costruirlo.»
Avevano raggiunto quasi la fine del corso. Il sole stava scendendo verso il mare e la luce era diventata ancora più dorata, di quella qualità che hanno solo i tramonti di settembre sul Mediterraneo.
Calvino si fermò e guardò il mare. «Bisogna essere leggeri come gli uccelli, non come le piume. Portare il passato con sé senza esserne portati. Questo è il punto.»
«Bellissimo,» disse Borges. «Lo avrei scritto anch’io, se mi fosse venuto in mente prima.»
Calvino rise. Era la prima volta quella sera.
Marco rimase seduto al tavolino ancora un po’, con il mare davanti e il corso che si svuotava piano piano.
Non aveva smesso di pensare a cinque anni prima. Ma per la prima volta da molto tempo quella cosa lì – quel peso – non sembrava una condanna. Sembrava una domanda. Una sola, semplice, concreta: cosa mi manca adesso, qui, che continuo ad andare a cercare là?
Non lo sapeva ancora. Ma sapeva che era quella la domanda giusta. E che le domande giuste, di solito, portano da qualche parte.
Ordinò qualcosa da bere. Guardò il mare. Rimase lì, nel presente, per la prima volta da un bel po’.
Tornare con la mente al passato non è un difetto, non è debolezza, non è qualcosa da correggere in fretta. È un segnale. Il passato ci richiama quando nel presente manca qualcosa: una direzione, un senso di identità, la sensazione di essere nel posto giusto.
Il punto non è smettere di ricordare. È capire cosa stai cercando, ogni volta che ci torni. Perché solo quando lo sai, puoi iniziare a cercarlo qui, nel tempo che hai davanti, non in quello che è già andato.
La prossima volta che ti ritrovi con la testa nel passato, non sentirti in colpa. Chiediti solo: cosa mi manca adesso? E cosa posso fare, oggi, per iniziare a trovarlo?
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