Ti è mai capitato di essere sicuro che qualcuno ti stesse davvero guardando, e poi scoprire che in realtà non ti vedeva affatto? Non è debolezza, e non è nemmeno colpa tua. Oriana Fallaci lo racconta con una chiarezza che fa male sul momento, ma che alla lunga aiuta più di mille consolazioni.

Una sensazione che conosci, ma non hai mai saputo nominare
“È la vita. A volte credi che due occhi ti guardino…”
Oriana Fallaci non scriveva per consolare: scriveva per dire le cose come stanno. E questa è una delle solitudini più difficili da riconoscere: non quella di chi è fisicamente solo, ma quella di chi sta con qualcuno che, però, non è davvero lì.
“…e invece non ti vedono neanche. A volte credi d’aver trovato qualcuno che cercavi e invece non hai trovato nessuno. Succede. E se non succede, è un miracolo. Ma i miracoli non durano mai.”
La Fallaci non dice che l’altra persona fosse falsa o in cattiva fede. Dice qualcosa di più sottile: che semplicemente non era quella. Non hai trovato nessuno, non perché nessuno ci fosse, ma perché non era il qualcuno che cercavi.
Dall’esterno non si vede niente che non vada. La persona è lì, le parole ci sono, gli occhi sono puntati nella tua direzione. Eppure qualcosa manca, ed è quel qualcosa a fare la differenza tra sentirsi visti ed essere semplicemente osservati.
Tra “non trovare nessuno” e “trovare qualcuno che semplicemente non è quello giusto” c’è una differenza enorme, ed è molto più generosa verso te stesso. La prima lettura ti lascia con la sensazione di essere inadeguato. La seconda ti lascia solo con la delusione, che fa comunque male, ma non ti mette sotto accusa.
Perché i miracoli, per definizione, non durano
“Ma i miracoli non durano mai” non è pessimismo: è realismo con una piega di meraviglia. I momenti in cui due persone si vedono davvero esistono, e Oriana Fallaci non lo nega: li chiama miracoli, ed è il nome giusto, perché hanno la qualità fragile delle cose che non si possono costruire, solo ricevere. Non durano non perché siano falsi, ma perché la loro natura è proprio l’eccezionalità: se durassero sempre, non sarebbero miracoli, sarebbero la norma.
Come proteggerti da questo tipo di dolore
Non devi smettere di credere ai miracoli per proteggerti da questo tipo di dolore. Devi soltanto imparare a riconoscere quando stai aspettando di essere visto da qualcuno che, forse, non ha gli occhi per guardarti davvero.
Una delle delusioni più profonde, infatti, non è scoprire che una persona non ci ama, ma accorgersi di essere stati accanto a lei per tanto tempo senza sentirsi veramente visti. È allora che diventa fondamentale distinguere “non sono abbastanza” da “forse non era la persona capace di vedermi per quello che sono”. La prima frase trasforma una mancanza dell’altro in un difetto nostro; la seconda ci restituisce dignità.
Perché qualcuno può esserci fisicamente ogni giorno e, allo stesso tempo, essere emotivamente lontanissimo. Può conoscere le nostre abitudini, condividere la nostra casa, dormire accanto a noi e non accorgersi comunque di quello che succede dentro di noi. Esserci davvero significa ascoltare anche ciò che non viene detto, riconoscere quando qualcosa nei nostri occhi è cambiato, avere cura delle nostre fragilità. E a volte la solitudine più dolorosa non è quella che viviamo quando siamo soli, ma quella che sentiamo mentre qualcuno ci sta accanto e continua a non vederci.
E se non fosse mai mancato niente a te?
Se quel miracolo che aspettavi non arriva, prova a non trasformarlo automaticamente in un tuo fallimento. Non tutte le persone hanno la capacità di amarci nel modo di cui abbiamo bisogno, e questo non significa che ci sia qualcosa di sbagliato in noi. Alcune sanno esserci solo fino a un certo punto, altre non riescono a riconoscere ciò che abbiamo da offrire, altre ancora sono semplicemente incompatibili con il nostro modo di amare.
Non puoi convincere qualcuno a vedere un paesaggio se continua a guardare altrove, e trascorrere anni a cambiare te stesso nella speranza di diventare finalmente visibile ai suoi occhi può essere una delle forme più dolorose di rinuncia a se stessi. Per questo dovremmo custodire il ricordo delle volte in cui qualcuno ci ha visto davvero: uno sguardo, una conversazione, una persona capace di comprendere ciò che non riuscivamo nemmeno a spiegare. Sono la prova che quello sguardo esiste. Che possiamo essere accolti senza doverci continuamente dimostrare. E che, forse, il problema non era che non meritavamo di essere visti, ma che stavamo chiedendo a qualcuno di farlo quando non ne era capace.
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