Forse abbiamo un problema con le cose che finiscono. Appena qualcosa si chiude, sentiamo il bisogno di darle un significato definitivo: è andata bene, è andata male, ne è valsa la pena, è stato tempo perso. Mettiamo un punto perché abbiamo bisogno di sapere dove siamo. Ma la vita ha poca simpatia per i punti. Beppe Severgnini, con il suo modo apparentemente leggero di guardare le cose serie, mi ha fatto pensare proprio a questo. E prima di dirvi perché, voglio raccontarvi una storia.

Perché pensi che non avresti dovuto perdere la partita?
Qualche anno fa ho incontrato un uomo che aveva perso tutto quello che, fino a poco tempo prima, pensava gli appartenesse per sempre. Aveva un lavoro che amava, una casa ben arredata, una famiglia affettuosa. Poi, in pochi mesi, le cose avevano cominciato a sfilacciarsi una dopo l’altra. Prima perse il lavoro, poi arrivò il divorzio che lo consumò in tutti i sensi. Così perse la sua casa. Infine perse anche quella sicurezza che, a lui come a tutti noi, fa credere di avere capito esattamente come funziona la vita.
Lo incontrai una sera, davanti a un caffè. Aveva quell’aria di chi è stanco di dover ricominciare. A un certo punto mi disse: «Sai qual è la cosa peggiore? Avevo fatto tutto bene».
Ripensai a lungo a quella frase, perché ci fa più male quando qualcosa va storto: non tanto la sconfitta in sé, ma l’idea che non avremmo dovuto perdere quella partita. Ci raccontiamo che, se abbiamo studiato, lavorato, amato, resistito, fatto sacrifici, allora la vita dovrebbe almeno restituirci qualcosa. Quando non succede, ci sentiamo traditi.
Cosa ci succede quando il secondo tempo è brutto
La frase di Beppe Severgnini, però, parte da un’immagine molto semplice e arriva in un posto molto più profondo:
“A un bel primo tempo può seguire un brutto secondo tempo. Ma ci sarà comunque un secondo tempo, e poi un’altra partita, e dopo l’ultima partita un nuovo campionato.”
È una frase quasi banale, se la leggiamo soltanto come una metafora sportiva, ma basta pensarci un momento per accorgerci che dentro quel campo, ci siamo noi. Il mondo, forse, è diviso in due categorie: da una parte, ci sono persone che hanno avuto un primo tempo meraviglioso e poi, improvvisamente, hanno visto cambiare tutto; dall’altra, ce ne sono altre che hanno passato i primi anni della loro vita convinte di essere finite, sbagliate, fuori tempo, per poi scoprire che stavano soltanto aspettando il momento giusto.
Il problema è che quando siamo dentro un brutto secondo tempo pensiamo sempre che la partita sia quella, che il risultato che vediamo sul tabellone sia definitivo. Dimentichiamo che il dolore, quando arriva, ha un talento particolare: ci convince di essere eterno.
E invece non lo è.
La partita non è finita
Crescere significa anche imparare a non confondere un periodo della nostra vita con tutta la nostra vita. A vent’anni possiamo pensare che un amore finito sia la fine dell’amore. A trenta, che un’occasione persa sia quella poteva essere l’occasione della vita. A cinquanta, che un errore professionale ci definisca per sempre. Sapete cosa? Ogni volta ci sbagliamo.
Abbiamo una strana abitudine: giudichiamo la nostra storia mentre la stiamo ancora vivendo. È come entrare al cinema a metà film e decidere che il protagonista è destinato a perdere, senza sapere come andrà a finire.
Penso a quell’uomo davanti al caffè. All’epoca non poteva saperlo, ma qualche anno dopo avrebbe incontrato un’altra persona, avrebbe iniziato un lavoro completamente diverso e avrebbe scoperto di essere capace di fare cose che non aveva mai osato immaginare. Non gli fu restituita la vita di prima. Gli accadde qualcosa di più interessante: ne costruì un’altra.
Ed è qui, forse, il cuore della frase di Severgnini: non promette che il secondo tempo sarà migliore. Dice che ci sarà comunque.
Questa parola, “comunque”, è piccola, ma pesa tantissimo. Comunque. Anche se:
- hai sbagliato;
- ti hanno lasciato;
- hai fallito;
- hai perso tempo;
- qualcuno è partito e non tornerà;
- oggi non riconosci più la persona che sei diventato.
Comunque, ci sarà un secondo tempo e quando anche quello finirà, ci sarà un’altra partita. Non è ottimismo da calendario, ma è qualcosa di più ruvido e, proprio per questo, più vero. È la consapevolezza che la vita non procede secondo la logica dei nostri bilanci. Noi facciamo i conti: questo è andato bene, questo male, qui ho vinto, qui ho perso. La vita, invece, continua a mischiare le carte. A volte ci toglie una cosa perché ne arriverà un’altra, a volte non c’è nessuna spiegazione e, sai, bisogna imparare a vivere anche senza averla.
Dopo l’ultima partita
La parte che amo di più, però, arriva alla fine:
“… dopo l’ultima partita un nuovo campionato.”
È quasi una provocazione, perché noi abbiamo paura della fine di qualcosa proprio perché la immaginiamo come un muro. Severgnini, invece, la trasforma in porte: da qualche parte può sempre iniziare qualcosa di nuovo. La vita non ci chiede di vincere ogni partita perché perdere è parte del gioco, ma smettere di giocare è una decisione.
Ripenso, per l’ultima volta, a quell’uomo che mi disse: «Avevo fatto tutto bene». Oggi gli risponderei che forse non doveva fare tutto bene. Doveva soltanto continuare, perché quella frase di Severgnini – come avrai capito – non parla davvero di calcio, ma di noi quando pensiamo di essere arrivati al capolinea: quando una porta si chiude, un progetto fallisce o non sappiamo più da dove ricominciare. Perché una sconfitta può ferirci, ma non deve mai diventare la nostra identità.
Possiamo perdere l’ultima partita, ma finché c’è un nuovo campionato davanti, la storia non è finita.
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